kivaaMatt e Jessica Flannery avevano meno di 30 anni quando decisero di fondare la prima piattaforma di microcredito online al mondo. L’idea arrivò dopo un viaggio in Africa nel 2004, durante il quale notarono la dipendenza delle associazioni di microcredito dalle banche e gli alti tassi di interesse che gli aspiranti imprenditori dovevano pagare per estinguere il prestito. Rientrati negli Stati Uniti fondarono l’organizzazione Kiva, creando un sito per mettere in contatto finanziatori privati dei paesi industrializzati con piccoli imprenditori nei paesi in via di sviluppo.

‘Kiva’ nella lingua africana Swahili significa unità o intesa ed evidenzia l’importanza di fare network, dove l’unione fa la forza. Come funziona? I partner locali attivi nei paesi in via di sviluppo raccolgono segnalazioni, foto e storie di piccoli imprenditori interessati a sviluppare o a migliorare la loro attività. Sul sito di Kiva viene creato un profilo per ogni imprenditore, che condivide il suo progetto con la comunità online e chiede un microcredito.

A questo punto scatta “la rete solidale”: utenti da tutto il mondo possono consultare i profili e scegliere se e a chi erogare un prestito (minimo 25 dollari) tramite carta di credito o Paypal, sapendo già entro quando riceveranno indietro la somma prestata. In genere, i prestiti vengono ripagati senza interessi entro 20 mesi: l’utente finanziatore può decidere se ri-accreditare i soldi nel proprio conto, se re-investirli su altri micro-imprenditori, o se donare i fondi all’organizzazione per coprire le spese operative. Una volta erogato il finanziamento, gli utenti possono seguire l’evoluzione del progetto che ha sostenuto, incluso lo stato di restituzione delle somme versate.
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BLOGLa Legal & General, una delle compagnie assicurative più importanti del Regno Unito, sta considerando la possibilità di aumentare i premi assicurativi per gli utenti dei social network. Motivo? La condivisione di certi dettagli personali online, come l’indirizzo di casa o l’annuncio di un viaggio che si sta per effettuare, è un invito a casa… per i ladri. Un tema già illustrato dal sito Please Rob Me che, mostrando i pericoli del ‘over-sharing’ di informazioni personali, promuove di fatto l’autotutela.

L’aggiornamento dello stato e la pubblicazione di foto sui social network può creare situazioni problematiche e imbarazzanti. Oltre alle storie di genitori angosciati nello scoprire la doppia vita dei loro figli, la voglia di condividere può colpire negativamente anche l’ambito lavorativo. Chi cerca lavoro deve stare attento a quello che pubblica su Facebook e Twitter. Infatti, cresce il numero di datori di lavoro che prima di fissare un colloquio danno un’occhiata al profilo del potenziale candidato. Lo stesso vale per chi il lavoro già ce l’ha.
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251Grazie a Internet un altro modo di fare Calcio è possibile. A tal punto che, se commentata con lo stile che va per la maggiore (urlato e sensazionalista), la notizia potrebbe significare la prossima scomparsa di presidenti supermiliardari e spreconi, calciatori-divi, tifosi violenti e… tutto quello che spera di non vedere più ogni vero appassionato dello sport più bello del mondo. Sembra utopia, quindi restiamo ai fatti.

Tutto inizia in Inghilterra a fine 2007, quando un sito internet, sovvenzionato dai tifosi con quote da 35 sterline a testa, dà la scalata al capitale dell’EBBSFleet United, squadra che milita nel principale campionato dilettantistico inglese. A febbraio 2008 l’operazione va in porto e la community on line prende in carico l’amministrazione finanziaria e sportiva del team e lo porta, a maggio, a vincere la coppa d’Inghilterra di categoria. (continua…)