Web Solidarity: quando la Rete è solidale

Tim Berners Lee lo ha voluto ribadire 21 anni dopo l’invenzione del World Wide Web, durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2012: “This is for everyone” è infatti il messaggio lanciato via tweet a tutto il mondo, ben visibile sugli spalti dello stadio Olimpico di Londra grazie a raggi e nodi di luci, a simboleggiare l’iper-connessione e l’interattività.

 

E proprio lui, il papà di internet, è tra i promotori della World Wide Web Foundation: la mission è diffondere la libertà di accesso alla Rete nei paesi in via di sviluppo.

Già ci aveva provato – senza troppo successo – Nicholas Negroponte con OLPC (One Laptop Per Child), il computer in miniatura per il progetto Education for Peace. Il fondatore del MediaLab del MiT, infatti, prevedeva di produrre e distribuire un laptop da 100 dollari, per garantire ad ogni bambino del mondo, soprattutto nelle aree in via di sviluppo, l’accesso alla conoscenza. In cinque anni sono stati distribuiti due milioni Investazor di Xo (questo il nome del micro-pc): troppo pochi, forse, perché il computer costa in realtà il doppio dei 100 dollari inizialmente previsti.

Berners Lee, invece, ha voluto puntare sul web empowerment Bloomberg: l’obiettivo è che tutti – indipendentemente da lingua, capacità, posizione geografica, sesso, età o reddito – siano in grado di comunicare e collaborare, creare contenuti di valore, accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per migliorare la propria vita e delle comunità. Tutto questo, grazie e attraverso la Rete.

Nel mondo esistono molte iniziative che mirano a migliorare le condizioni di vita degli uomini, ma fino a oggi nessuna di queste si è mai occupata specificatamente della circolazione delle informazioni all’interno di un web “partecipativo”. Ecco, la Web Foundation si interessa al diritto di ognuno di far parte di una società dell’informazione libera, creata secondo le idee di chi ne fa parte.

 

Non è necessario guardare così lontano o tanto in alto nell’Olimpo della Rete per ritrovare delle best practice di web solidale. Tante sono, ad esempio, le realtà dedicate al fundraising on line.

Da globalgiving.org, una sorta di piazza degli affari sociali, attraverso cui è possibile donare per una causa o un progetto nel paese del mondo che si vuole aiutare, a justgiving.com, network che sostiene le campagne di raccolta fondi delle associazioni umanitarie, fino a missionfish.org, che addirittura aiuta il mondo del no profit a sfruttare le aste su eBay per sostenere le proprie iniziative benefiche. In Italia le organizzazioni no profit che promuovono fundraising on line non sono poche. Ma come fare per iniziare? Uno strumento utile può essere astatosta.org, progetto che ha trasferito in Rete l’esperienza di un gruppo di amici, che sono partiti vent’anni fa circa, organizzando cene benefiche in cui ognuno metteva all’incanto gli oggetti inutilizzati in fondo a qualche armadio o dimenticati dentro qualche cassetto.

“Cambiare il mondo con un click!” è il payoff del portale WebSolidale Onlus, un’associazione no profit fondata da un gruppo di imprenditori, professionisti e volenterosi del bergamasco, che vogliono impegnarsi a sostenere economicamente le opere dei missionari nel mondo. Obiettivo è promuovere beneficenza e assistenza sociale e sociosanitaria on line: sensibilizzando gli “internauti” ai temi di solidarietà e sviluppo attraverso una raccolta fondi da destinare a enti e individui che operano nei paesi in via di sviluppo. In poco più di cinque anni di attività, ha chiuso tre progetti in Bolivia e Costa d’Avorio, sta portando avanti iniziative di “connessione solidale” – un accordo con i gestori di telefonia, tale per cui una parte dei costi per l’attivazione del servizio internet vengono devoluti in beneficenza – e continua a promuovere nuovi progetti in Bangladesh, per il supporto per l’assicurazione medica, a Cuba, per la costruzione di un’aula di informatica a Baracoa, nella provincia di Guantanamo, e in Burkina Faso, per la realizzazione di un dispensario sanitario nella comunità di Sollo Zëkë.

 

Certo, non bisogna dimenticare che solidarietà in Rete vuol dire anche e soprattutto networking. Non mancano le esperienze di social solidali. C’è chi punta sul microblogging, come FundCauses, per segnalare iniziative delle onlus meritorie di attenzione e di finanziamento. Sulla piattaforma viene data visibilità a progetti, o movimenti, più o meno spontanei di impegno sociale o social fundraising che utilizzano gli strumenti del web 2.0. Basta iscriversi per avere maggiori informazioni sulla piattaforma di social sponsorship georeferenziata (prossimamente on line), e sperimentarne in anteprima le potenzialità.

Wiser.org, invece, è una grossa novità in fatto di social network: ha obiettivi molto diversi rispetto a Facebook e Twitter, e non si limita a consentire di interagire, condividere e divertirsi. Acronimo di World index of social and environmental responsibility (Indice mondiale della responsabilità sociale e ambientale) è uno strumento capace di coordinare persone in ogni angolo della Terra nel segno della sostenibilità, unirle in attività concrete, mirate, su temi impegnativi come l’ambiente, la giustizia sociale, la pace, la fame, l’acqua. Wiser – da poco sbarcato in Italia – è una realtà di cui fanno parte oltre 100 mila associazioni, onlus e organizzazioni, ma anche moltissime persone che hanno uno scopo comune: portare il loro contributo per il pianeta, affrontando grandi temi e facendo volontariato attivo anche nelle piccole cose.

Ma  il primo vero social solidale made in Italy si chiama Melpyou: anch’esso, attraverso il web mette in contatto le associazioni senza scopo di lucro che hanno bisogno d’aiuto con chi è disposto a dare una mano, anche solo sporadicamente. Il nome è frutto di una curiosa fusione delle parole “meet” e “help”, perché – come hanno spiegato i suoi creatori – offre l’opportunità di aiutare gli altri e, al tempo stesso, di incontrare nuove persone. Sono ben accetti sia gli enti no profit che cercano volontari o risorse, ad esempio, per l’organizzazione di eventi e manifestazioni – per loro c’è la sezione Gruppi – così come singoli utenti, i “melper”, che a loro volta possono iscriversi nell’area Persone e creare una pagina personale, proprio come in ogni social network che si rispetti.

Annalaura Ruffolo