Cina: oltre la cortina di ferro web 2.0

Negli ultimi mesi, in rapida sequenza, la Cina ha ospitato tre importanti appuntamenti di discussione sul mondo virtuale. Si tratta della World Wide Web Conference (aprile 2008), della Chinese Internet Research Conference (CIRC, giugno 2008) e della China Internet Conference (che si terrà a fine settembre). Anche se esplorano aspetti diversi della questione, tutti i convegni sembrano puntare a un solo obiettivo: dimostrare la volontà della Repubblica Popolare di aprirsi al mondo.

La Cina, insomma comprende appieno le potenzialità delle Rete. E per mettersi definitivamente alla pari con l’Occidente, sfruttando anche l’occasione olimpica, ha invitato i maggiori esperti del settore: web designer, pubblicitari, imprenditori, legali, politici e giornalisti. Chi sembra non comprendere, però, sono proprio gli occidentali. Secondo gli osservatori intervenuti agli ultimi incontri, nell’accostarci alla Cina, oltre che scontare le evidenti differenze culturali, siamo ancora influenzati da schemi mentali e strategie di comunicazione legate alla Guerra Fredda. 

Una metafora fuorviante

“Internet è l’ultima figlia di quel periodo concluso nel 1989, un mondo virtuale libero e aperto per fare breccia nella chiusura del mondo comunista – ha detto nel corso del suo intervento alla CICR, Lokman Tsui, Ph.D Candidate presso la Annenberg School of Communication, University of Pennsylvania. “Ma la prima e-mail dalla Cina – ha aggiunto – è partita nel 1987 e c’era scritto: ’Beyond the Great Wall, Joining The World’, un messaggio di apertura”.

Va quindi superata la metafora della Great Firewall, coniata in un articolo pubblicato da Wired nel 1997, accostando la Grande Muraglia al filtro di protezione per le reti e i pc. Essa, ancora secondo Tsui, è fuorviante in tutti i sensi. Sia gli occidentali che i cinesi sanno bene cos’è Internet e che non può essere censurata come accadeva nei Paesi comunisti con la stampa, la radio o la televisione. Inoltre, induce a pensare che in Cina ci siano costanti divisioni e tensioni tra le autorità, che sarebbero prevenute rispetto alla cultura occidentale, e il popolo, che sarebbe invece più amichevole nei riguardi degli Usa e dei suoi alleati.

A dimostrare il contrario ci sono alcune indagini condotte tra il popolo cinese di internet: l’86% pensa che la regolamentazione della Rete è necessaria o molto necessaria. Riguardo alle singole tipologie di contenuto, inoltre, le richieste di maggiore controllo riguardano la pornografia (85%), la violenza (73%) e lo spamming (53%). Solo l’8%, per contro, chiede una stretta sui contenuti politici. Tutti gli intervistati, inoltre, hanno dimostrato una certa indignazione rispetto al tenore e ai presupposti delle domande.

Oltre la Great Firewall

I convegni degli ultimi mesi sono stati anche l’occasione per avere un quadro aggiornato della Rete cinese. Dal 1997 a oggi il Paese è passato da mezzo milione di persone on line ai 123 milioni del 2006, fino ai 235 milioni di quest’anno, con i quali ha superato gli Stati Uniti d’America che sono a quota 223. Parecchio interessante anche lo spaccato socio-culturale dei cinesi che frequentano assiduamente internet: tra le principali 30 città della Repubblica Popolare la più web-friendly è Hangzhou, non molto distante da Shanghai.

I blogger, poi, sono in larga parte giovani donne: più interessate alla carriera che a mettere su famiglia, sono indifferenti alle istanze di carattere civico o locale e non si sentono costrette a comprare prodotti o marchi made in China. Più in generale, rispetto al resto della popolazione, chi usa la Rete mangia all’occidentale, tende a rimanere single e vuole una vita piena di novità, sfide e cambiamenti.

Lokman Tsui cita Vincent Mosco, plurititolato professore di comunicazione e società, secondo cui è “quando le tecnologie entrano nel prosaico mondo della banalità che diventano una potente spinta per il cambiamento economico e sociale”. In definitiva, sul carro della globalizzazione, trainato da internet, insieme alla omologazione dei consumi e dello svago potrebbe starci anche quella relativa ai valori democratici e al rispetto dei diritti politici e civili. E senza bisogno di immaginare una Grande Muraglia dove c’è invece una porta aperta.

Saro

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