USA 2009: fuga dalla globalizzazione?

Globalizzazione o protezionismo? È questo, negli Usa, il dilemma che divide il mondo dell’informatica. Una questione tanto urgente da richiedere una manifestazione di intenti anche ai candidati alla Casa Bianca. Ma le opinioni politiche e quelle delle forze sociali, seppur con diverse gradazioni, sono tutte orientate a proteggere i confini di un Paese che è stato teatro della rivoluzione elettronica e culla della globalizzazione.

Ad aprire il dibattito, all’inizio di quest’anno, è stato il documento inviato al Congresso degli Stati Uniti d’America dalla Software & Information Industry Association (la principale organizzazione nazionale dei produttori di software e contenuti digitali, editoria compresa). Nel report si chiedeva ai parlamentari di sostenere l’industria high tech attraverso una riforma della legge sull’immigrazione e il riassetto del sistema scolastico.

La SIIA ha voluto inoltre richiamare l’attenzione sul ruolo trainante che l’industria IT svolge per l’economia americana. Un settore, che in termini di redditività, è superiore alla filiera alimentare: nel 2006 ha dato un impiego a 2.7 milioni di persone, mentre dal 1997 ad oggi l’offerta di lavoro è cresciuta del 17%. Ma l’associazione ha anche registrato un calo nella domanda di lavoro nell’IT, manifestatosi con un crollo delle iscrizioni da parte dei giovani cittadini americani alle facoltà di ingegneria, matematica e informatica.

Per risolvere il problema e ridare slancio al settore, le aziende vorrebbero poter assumere più lavoratori stranieri. Per questo, secondo loro, bisognerebbe aumentare i visti d’ingresso negli Usa per motivi di lavoro (chiamati H-1B Visa). E dare inoltre agli immigrati la possibilità di formarsi nelle università americane, anche a spese delle aziende, ricevendo alla fine del percorso formativo una Green Card, ovvero il permesso di soggiorno permanente negli States.

In definitiva, si tratta di un insieme di proposte che, nonostante gli sgravi fiscali per chi esternalizza, dovrebbe disincentivare le imprese americane dal dare lavoro in outsourcing fuori dai confini nazionali. Come accade, ad esempio, a vantaggio delle tante imprese indiane trasferitesi in Centro e Sud America. Da dove forniscono beni e servizi di ogni genere (dalla produzione farmaceutica alla contabilità) a prezzi concorrenziali, poiché impiegano solo manodopera locale, meno onerosa rispetto a quella degli Stati Uniti.

Ancor più radicale, in senso protezionistico (e quindi anti-globalizzazione), è la posizione dei lavoratori del settore IT con la cittadinanza Usa. Sono contrari sia all’outsourcing che all’aumento dei visti per gli stranieri. Le loro ragioni sono facilmente intuibili: dopo anni di salari crescenti e di privilegi, sono stati falcidiati dai licenziamenti – motivati da una riorganizzazione aziendale o dalla crisi economica. A rafforzare le loro rivendicazioni è da poco giunta una ricerca realizzata dalla New York University Stern School of Business e dalla Wharton School della Pennsylvania University. Da essa risulta che oltre l’8% degli IT worker è stato rimpiazzato dall’outsourcing.

Barack Obama, durante il discorso con il quale ha accettato l’investitura a candidato democratico alla presidenza, ha attaccato l’outsourcing: “Revocherò i crediti fiscali alle compagnie che portano lavoro all’estero per darli a quelle che creano occupazione qui in America”. Ma, come segnalano alcuni osservatori, esternalizzare il lavoro informatico resta conveniente anche senza gli incentivi. La presa di posizione ha comunque raccolto i consensi del mondo del lavoro, controbilanciati dalla fredda reazione di aziende ed economisti, la quale solo in parte è stata stemperata dal sostegno manifestato da Obama a favore di un aumento dei visti H-1B Visa. Chiesto anche dal candidato repubblicano John McCaine.

Il senatore dell’Illinois, inoltre, vorrebbe rinegoziare il NAFTA, l’accordo per il libero commercio siglato da Bill Clinton nel 1992 con Canada e Messico. Paese, quest’ultimo, che ospita un gran numero di società indiane impegnate nei servizi di nearshoring per le aziende americane. In passato lo stesso Obama aveva appoggiato la stipula di un trattato simile con il Perù, opponendosi a quelli con Panama, Colombia e Sud Corea. Più lineare, invece, l’opinione di McCain favorevole a tutte le intese e contrario alla modifica del NAFTA.

A prescindere da chi vinca, quindi, dalle elezioni presidenziali potrebbe uscire un’America meno aperta al mercato mondiale dell’ICT. Ammesso che le aziende Usa siano in grado di resistere alle sirene rappresentate dalle offerte concorrenziali che arrivano dai paesi in via di sviluppo: pronti a ospitare stabilimenti produttivi o a prestare consulenze e formazione a distanza. E ammesso anche che le rappresentanze dei lavoratori americani riescano a limitare l’arrivo di immigrati pronti a far carriera nel mondo dell’informatica. Fino a oggi non ce l’hanno fatta: basta guardare i consigli di amministrazione di società come Yahoo!, Google o Facebook, composti da russi, indiani, cinesi, austriaci, svedesi o addirittura iraniani e pakistani.

Sarà fuga dalla globalizzazione? Probabilmente no, perché gli investitori sono contrari.

Saro

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