“Il Web ucciderà e salverà il giornalismo”

220Nel circo dell’informazione americana è schioccato come una frustata l’allarme lanciato dal direttore di Businessweek.com, John Byrne: “I media non sono in recessione, ma in uno stadio avanzato di profonda depressione”. A rincarare la dose è stato poi Jeff Howe di Wired: “Una volta ero solito scherzare sul declino della mia professione, ma adesso questo non è più un gioco”. A raccogliere le loro impressioni sul futuro della stampa tradizionale è stata la rivista Internetnews, con un articolo dal titolo emblematico: Il Web ucciderà e salverà il giornalismo.

Un processo irreversibile, secondo i due esperti, che può essere portato a termine solo in un modo: “Considerando il racconto dei fatti come un focolare intorno a cui coinvolgere i lettori in una conversazione”, afferma Byrne. Ma non basta. I giornali tradizionali, anche quelli con una consolidata esperienza on line, dovrebbero promuovere i loro contenuti attraverso tutti i mezzi che la Rete mette a disposizione, come i social media ad esempio. Mentre invece, come accade al Wall Street Journal, a giornalisti e dipendenti è severamente vietato l’uso di Twitter.

Secondo Byrne, “gli editori di giornali – e i giornalisti insieme a loro – devono cambiare se non vogliono fare la fine di General Motors”. E non solo imparando a usare Internet in modo integrato, ma trasformando i loro siti in punti di snodo commerciali. Da dove cioè il lettore può raggiungere agevolmente una vasta gamma di negozi virtuali.

In effetti, a parte il citizen journalism, a dare un’occhiata in giro sembra proprio che la Rete corra molto più in fretta dei pur dinamici portali d’informazione.Tutto è cominciato con le macchine fotografiche digitali e i corsi di fotografia on line. Poi sono partiti gli aggregatori di notizie, vere e proprie super-agenzie di stampa (l’ultima è nata in Italia e si chiama ZicZac.it). E adesso ci sono addirittura i video-corsi di giornalismo, su YouTube. “Quello che è accaduto alla fotografia professionale – commenta Jeff Howe, ancora su Internetnews – era solo l’avvisaglia di quanto sarebbe successo in ogni ramo dell’industria”. Non solo nel business dell’informazione.

In definitiva, a parere del direttore di Businessweek.com, il mercato dell’informazione è attraversato da una profonda crisi – economica e di contenuti – perdipiù camuffata da nuove iniziative e acquisizioni (come quella del Boston Globe da parte del New York Times) di cui invece “neanche i promotori afferrano il senso”, critica Byrne. E la sua invettiva rimane comunque valida, nonostante all’interno dell’articolo di Internetnews Byrne finisca per attribuire alla sua testata il merito di aver adottato tutte quelle soluzioni non intraprese dagli altri. A un anno dal restyling, infatti, la redazione di Businessweek.com ha generato, tra l’altro, 1.500 siti costruiti intorno ad altrettante parole chiave. Interessanti anche le nuove sezioni “dialog with readers”, per stimolare i giornalisti a interagire con i lettori; e “what’s your story idea?”, che racconta storie tratte da idee, foto e biografie “postate” dai lettori.

Come durante tutti i grandi movimenti di cambiamento, c’è sempre un segnale dissonante che rincuora chi resiste. È quanto accade in Grecia, dove a soffrire non è la stampa, ma la televisione. Con Internet poi che raggiunge meno del 10% della popolazione e non ha alcuna voce in capitolo nella raccolta pubblicitaria. Solo nel 2008 giornali e riviste hanno staccato una fetta del 41,71% dalla torta delle inserzioni, lasciando alla Tv il 32,30%. Secondo gli esperti i greci preferiscono i media cartacei. Ma se questi smettessero di regalare DVD cosa succederebbe?

Saro