2.0 e palla al centro

251Grazie a Internet un altro modo di fare Calcio è possibile. A tal punto che, se commentata con lo stile che va per la maggiore (urlato e sensazionalista), la notizia potrebbe significare la prossima scomparsa di presidenti supermiliardari e spreconi, calciatori-divi, tifosi violenti e… tutto quello che spera di non vedere più ogni vero appassionato dello sport più bello del mondo. Sembra utopia, quindi restiamo ai fatti.

Tutto inizia in Inghilterra a fine 2007, quando un sito internet, sovvenzionato dai tifosi con quote da 35 sterline a testa, dà la scalata al capitale dell’EBBSFleet United, squadra che milita nel principale campionato dilettantistico inglese. A febbraio 2008 l’operazione va in porto e la community on line prende in carico l’amministrazione finanziaria e sportiva del team e lo porta, a maggio, a vincere la coppa d’Inghilterra di categoria.

La stagione successiva è sofferta, il Fleet riesce a risalire fino a metà classifica ed esce dalla Coppa in semifinale. A febbraio di quest’anno la crisi: tanti tifosi ritirano la quota d’iscrizione, il fondatore (un ex giornalista sportivo) prova a fare miracoli con un budget ristretto, mentre la squadra arranca in fondo alla classifica.

Fin da subito però l’idea della gestione in Rete piace a un italiano, Giorgio Frantini, che a gennaio 2008 la lancia in Spagna per rilevare una squadra di terza categoria, il Pegaso di Madrid (rione Tres Cantos), ribattezzato Galáctico Pegaso. Il successo è immediato: settemila iscritti, ma solo in 300 versano la quota d’iscrizione, 45 euro. Deluso, Frantini lascia tutto a Jesús Manuel Palencia che acquista il 70% del club.

A dicembre dello stesso anno El Pais gli dedica un servizio. “Non solo dobbiamo convincere l’allenatore ma anche 450 sconosciuti”, affermava il capitano (e socio internauta) di allora Jesús Camacho, mentre gli avversari lo sfottevano così: “Uè Cama, hai piratato il computer per essere in campo oggi?”. Attualmente il Galáctico è penultimo in classifica. A febbraio 2009 la clamorosa protesta dei calciatori: entrano in campo con i calzoncini abbassati per chiedere il pagamento degli stipendi fermo da tre mesi.

Anche nella versione 2.0 la primogenitura calcistica degli inglesi è contestabile. A metà 2007 l’imprenditore israeliano Moshe Hogeg, attraverso le sottoscrizioni raccolte sul sito Web2sport.com, ha fondato e iscritto alla sesta Divisione l’Hapoel Kiryat Shalom FC di Tel Aviv. Ancor più vecchia, poi, sostiene di essere la francese Web FC, che milita nel campionato della Bassa Normandia e si vanta di non far pagare i suoi sostenitori per farli partecipare alle decisioni tecniche e tattiche.

Dal suo buen retiro in riviera, il primo testimonial del calcio web 2.0 in Italia è stato Alberto Zaccheroni, romagnolo di patria e di scuola calcistica. Intervistato dal sito del Santarcangelo (di Romagna, secondo serie D), squadra diretta on line dai suoi sostenitori, il mister è convinto che questa formula “potrebbe attecchire ed avere successo anche in Italia. E si potrebbe portare anche a livelli più alti. Che effetto mi farebbe essere assoldato da un team di duemila presidenti? – si chiede poi. Sarei curioso di sapere come la pensano”. Per partecipare bastano 60 euro.

L’esperimento più recente è in corso nelle Murge, ad Altamura. Dove il progetto Tifoseria Attiva punta a raccogliere cinquemila adesioni per fondare una squadra di calcio cyberdiretta. Gli iscritti sono 4.975 e ad assicurare il loro patrocinio ci sono il comune della cittadina barese, la Provincia di Bari, la Regione Puglia e il Ministro della Gioventù Giorgia Meloni.

Visti i risultati complessivi forse è ancora presto per gridare alla rivoluzione. La chiave però sembra quella giusta: condividere in prima persona scelte, gioie e dolori della propria squadra. Altro che Fantacalcio.

Saro