Ecco come la Rete promuove il ‘bene sociale’

blogI social media svolgono sempre più spesso un ruolo importante nel modo in cui le organizzazioni benefiche affrontano i grandi problemi locali e globali. Dalla American Red Cross, che per aiutare Haiti nel post-terremoto ha utilizzato gli strumenti del Web e della telefonia per raccogliere 5 milioni di dollari, al microcredito di Kiva, che non esisterebbe senza il concetto del social networking, tutti cercano nuovi modi di ‘sposare’ le Reti sociali. Ecco di seguito alcune tendenze – individuate dagli esperti del noto blog Mashable – su come gli strumenti 2.0 vengono utilizzati per promuovere i cambi positivi nel mondo.

Crowdsourcing

È uno dei termini più di moda al momento, e si riferisce allo sviluppo di un progetto da parte di un insieme distribuito di persone non organizzate in un team. Un esempio è l’iniziativa dell’organizzazione 350.org, che qualche tempo fa ha deciso di organizzare una manifestazione per ricordare al mondo la necessità di limitare le emissioni di CO2. Ma invece di stampare cartelloni e volantini da attaccare sulle pareti o da distribuire, gli organizzatori hanno pubblicato una semplice ‘call to action’ sul loro sito, condividendola e creando il passaparola tramite i social media.

Gli utenti erano invitati a organizzare, nel giorno 24 ottobre, un’azione centrata sul numero 350, che sarebbe il limite massimo di parti per milione di CO2 che la Terra può sostenere per combattere il cambiamento climatico. Il network sociale ha risposto con più di 5.200 manifestazioni in più di 180 Nazioni. Fra le più memorabili, lo striscione esposto sul Monte Everest da alcuni scalatori, e l’iniziativa di alcuni attivisti in Medio Oriente, che hanno scritto un numero ‘3’ gigante in Israele, un ‘5’ in Palestina, e uno ‘0’ in Giordania.

Un numero sempre più grande di organizzazioni cerca di creare movimenti tramite un modello simile. Il crowdsourcing dà potere alle comunità, permettendo di svolgere certi compiti o sfide per conto di un’organizzazione senza che questa interferisca nel processo di gestione.

Geolocalizzazione e applicazioni mobile

Molte organizzazioni no-profit hanno iniziato a sperimentare attraverso i servizi e i giochi sociali di localizzazione come Foursquare e Gowalla. Il Brooklyn Museum, per esempio, oltre ad aver dedicato una pagina alla comunità di utenti attivi sui social network come Facebook e Twitter, ha anche integrato la piattaforma di Foursquare nel suo sito. Inoltre, ha creato badge (medagliette al merito) per chi fa ‘check-in’ al museo e promozioni per chi diventa Mayor (sindaco), in modo da stimolare e incentivare il passaparola sia online che sul posto.

Agli utenti più attivi è riservato l’ingresso a eventi esclusivi nel museo, oltre che riconoscimenti virtuali. I responsabili della strategia social hanno coinvolto anche gli impiegati: nella categoria ‘staff-picks’ questi possono segnalare ristoranti, negozi e bar-cafè nei paraggi del museo dopo aver effettuato il check-in con i loro dispositivi mobili.

Volontariato virtuale

Fino a qualche tempo fa, le organizzazioni benefiche usavano i social media per informare le comunità sulla loro missione. Oggi, li usano sempre più spesso come una piattaforma per raggiungere i loro obiettivi tramite la mobilitazione degli utenti.

Un esempio è Ushahidi, una piattaforma internazionale che raccoglie le testimonianze via SMS, MMS o e-mail di chi si trova in un’area di crisi, monitorando e aggregando informazioni anche attraverso l’uso di Google Maps (crowdmapping). È stato molto utilizzato nei giorni post-terremoto ad Haiti e durante le inondazioni in Pakistan, sia da chi aveva bisogno di aiuto che dai soccorritori.

Un altro esempio è Sparked, un network di micro-volontariato che permette agli utenti di rispondere a domande poste dalle organizzazioni benefiche, esprimere la loro opinione su come risolvere un problema, dibattere con altre persone su come migliorare un servizio, sia tramite il Web che le applicazioni mobile.

Cause-marketing

In questo modello di marketing, le associazioni no-profit affiancano la propria immagine a quella di aziende per ricevere donazioni e sostenere una causa. Un esempio di successo è il Refresh Project, promosso dalla Pepsi. Il pubblico Web può decidere, attraverso il voto e la condivisione online, come la Pepsi dovrebbe spendere la quota di fatturato stanziata per la beneficenza nelle categorie salute, arte e cultura, alimenti e accoglienza, ambiente, aree urbane, istruzione.

Gli utenti possono segnalare le proprie iniziative benefiche, votare per quelle altrui e suggerire l’importo da destinare a ciascuna. I migliori progetti verranno premiati con finanziamenti che vanno da 5.000 a 250.000 dollari e presentati in una classifica pubblica.

Cooperazione con le star 2.0

I ‘famosi del Web’ sono ormai tantissimi. Su Youtube, in particolare, numerose persone (inizialmente sconosciute) hanno raccolto milioni di seguaci per aver detto o fatto qualcosa di particolare, di stupido o di molto apprezzato dalla comunità virtuale.

Un canadese di 29 anni, Shawn Ahmed (nella foto, presa da Flickr), si è costruito un’enorme base di fan sia su Youtube (1,2 milioni di visualizzazioni) che su Twitter (277mila follower). È un video-logger che dal 2007 promuove una campagna contro la povertà globale tramite tweet geolocalizzati e filmati girati da lui stesso per il mondo. Fa tutto da solo: non lavora per un’ente, non è un volontario tradizionale e spiega chiaramente che il suo progetto Uncultured non è né un’associazione benefica né un’organizzazione formale. Nonostante ciò, riesce a mobilitare gran parte del suo network sociale. In occasione del disastro haitiano, per esempio, ha sposato la causa della American Red Cross e ha coinvolto i suoi seguaci nella raccolta fondi.

Tutte queste tendenze potrebbero cambiare la mentalità e l’essenza delle organizzazioni benefiche, specialmente di quelle più importanti a livello internazionale, che lentamente modificano la loro natura: da singole istituzioni, diventano sempre di più dei network.

Raffaella