Il Web è più libero della stampa… ancora per poco

Il primo maggio 2009 Freedom House ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla libertà di stampa in 195 Paesi nel mondo. Accade dal 2002 (almeno in forma digitale), ma solo quest’anno il fatto ha avuto in Italia una certa risonanza. Per due motivi. Uno perché l’Italia è stata declassata da Paese libero a semi-libero. E due perché la notizia è arrivata come una folata di vento sul fuoco di una polemica nascente, quella sfociata nelle 10 domande di Repubblica a Silvio Berlusconi. Portano la data del 28 aprile, infatti, sia l’articolo sulla nota festa di compleanno che le dichiarazioni di Veronica Lario all’Ansa.

Tre le motivazioni che hanno pesato nel giudizio sul nostro Paese: la crescita dei limiti alla libertà di parola per via legislativa e giudiziaria (cause per diffamazione a mezzo stampa), l’aumento delle intimidazioni ai giornalisti da parte della criminalità organizzata e di gruppi della destra estrema e l’eccessiva concentrazione della proprietà dei media. Un punto, quest’ultimo, rispetto a cui il report fa esplicito riferimento al ritorno alla presidenza del Consiglio da parte di Silvio Berlusconi, che ha “reawakened fears about the concentration of state-owned and private outlets under a single leader” (ha risvegliato le paure circa la concentrazione dei mezzi d’informazione pubblici e privati sotto una sola guida).

Un’anomalia, su cui l’Italia ha perdipiù ha perso il copyright. Perché la mancanza di libertà dell’informazione è un problema globale. È ancora il report 2009 di Freedom House a dirci che solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi dove è garantita la libertà di stampa. Mentre il 41% abita nazioni semi-libere e il 42% è “not free press”.

“La professione di giornalista è attualmente alle corde – ha denunciato Jennifer Windsor, direttore esecutivo di Freedom House – e sta lottando per rimanere in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di controllori dei poteri”.

In vetta alla classifica dei liberi ci sono Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia, con la Germania, gli USA e il Regno Unito rispettivamente al 18°, 24° e 27° posto. Mentre i meno liberi sono Nord Corea, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba, con Russia, Cina e Iran non lontani dal fondo classifica. A guidare la lista dei Paesi parzialmente liberi, invece, sono il Benin, Israele (appena retrocessa insieme a noi) e l’Italia: unica nazione dell’Europa occidentale dove la stampa non gode di piena libertà. Che però imperversa nel Liechtenstein (11°) e a S. Marino (21° posto).

La vera novità è però un’altra. Lo scorso marzo Freedom House ha pubblicato il suo primo rapporto sulla libertà di stampa nel web (telefonini compresi). Una ricerca sperimentale, condotta solo su 15 Paesi nel mondo, che mostra alcuni risultati interessanti. E quello più generale ci dice che – tranne nel Regno Unito – in tutte le nazioni esaminate la Rete è più libera della stampa. Un chiaro esempio è il Brasile, considerato partly free dall’inchiesta sulla stampa e libero da quella sul Web. Oppure la Russia, ritenuta non libera nel primo caso e semi-libera nel secondo.

Dalla ricerca emergono anche altri segnali positivi. La povertà non è un ostacolo alla libertà di espressione attraverso i new media. L’attivismo civico in Rete, poi, è in rapida ascesa anche nei Paesi più repressivi. Dove i cittadini fanno un uso inventivo dell’ICT per creare e diffondere notizie e informazioni, dare spazio ai più diversi punti di vista e mobilitare off-line gruppi di persone intorno a questioni politiche, sociali o economiche. Stanno svolgendo, in sostanza, quel ruolo da watchdog sempre meno frequentato dalla stampa organizzata.

Certamente è una luce di speranza quella riaccesa dai new media, ma che purtroppo rischia lentamente di spegnersi, se non sarà siglato un nuovo patto tra giornalismo “alto” e “basso”. L’indagine sperimentale di Freedom House, infatti, ha registrato un po’ dappertutto una recrudescenza delle forme di censura digitale, specie in relazione ai contenuti di carattere politico. Anche nei Paesi definiti democratici. Quelli autoritari poi si spingono fino a forme sofisticate di manipolazione delle conversazioni on-line utilizzando agenti sotto copertura.

Un altro terribile fenomeno è la outsourcing censorship. In un range di Paesi con diversi livelli di democrazia, i Governi affidano la censura e il monitoraggio della Rete a soggetti privati, a imprese grandi e piccole: service provider, blog-hosting company, cybercafé, operatori di telefonia mobile ecc. Poca trasparenza c’è infine sulle decisioni censorie e sull’uso della sorveglianza, un esempio è l’assenza di liste pubbliche dei siti oscurati. In definitiva, la sensazione di libertà che ci dà il Web è reale, ma è uno spazio che va difeso prima che sia troppo tardi. Prima di perdere un’altra battaglia nell’eterna lotta tra libertà e autorità.

Saro