File-sharing: il danno è relativo

Le ultime pagine del romanzo “Fahrenheit 451” descrivono uno scenario nel quale il sapere viene affidato ad una comunità di uomini-libro perché questi, memorizzati i testi destinati a sparire, ne tramandino i contenuti per conservarne la ricchezza. Un uomo per ogni testo, di più non è possibile. Nel XXI secolo, la realtà dei fatti sembra andare in direzione diametralmente opposta. Nell’epoca della rete, della rapidità e dell’alta fedeltà, la copia pressoché perfetta è prassi e la distribuzione illimitata un dato di fatto che molti vogliono difendere.

Dal 1999, anno di nascita di Napster e quindi delle prime forme di file-sharing, la tecnologia ha scardinato le tradizionali modalità di consumo di musica e video, scatenando l’allarme dell’industria, non solo discografica. Ma quanto incide realmente la possibilità di scaricare contenuti gratis dalla rete sulla vendita nei negozi? La problematica ha suscitato un lungo dibattito che ancora non ha trovato una conclusione e che individua tre tipi di effetti, in apparenza inconciliabili: riduzione, equilibrio o incremento nell’acquisto di contenuti da parte dei consumatori.

Il primo caso si verifica quando il download gratuito sostituisce semplicemente l’acquisto di un disco. È la tesi sostenuta con vigore dalla maggior parte delle etichette discografiche e da alcuni analisti (Blackburne, 2004; Fine, 2000; Liebowitz, 2005; Jay, 2000; Zentner, 2004). Nel prendere in considerazione questa ipotesi bisogna tener conto di alcuni fattori che limitano “l’effetto sostituzione”. In primo luogo l’audio: sebbene l’mp3 riesca ad assicurare una buona performance d’ascolto, i file scaricati da internet non garantiscono una qualità sempre eccellente, e comunque sicuramente mai allo stesso livello delle tracce in qualità cd. In secondo luogo, il supporto fisico aggiunge al prodotto un appeal garantito da elementi aggiuntivi come i booklet, con i testi delle canzoni, grafiche accattivanti o informazioni sull’autore, cui spesso gli appassionati non vogliono rinunciare (Liebowitz, 2005).

La seconda ipotesi, ovvero di effetti nulli sulle vendite, contempla l’eventualità che si usi il file-sharing per scaricare contenuti che non sarebbero comunque stati acquistati, perché di scarso interesse o troppo costosi (Blackburne, 2004; Fader, 2000; Lessig, 2004; Oberholzer, Strumpf, 2004). Il medesimo effetto si ottiene poi quando si accede a materiali tutelati da copyright ma ormai fuori mercato: tecnicamente si tratta di un atto illegale il cui danno economico, tuttavia, equivale a zero. Un ultimo caso che non comporta perdite all’industria discografica riguarda la cosiddetta “ricomposizione delle librerie”: gli utenti duplicano contenuti dei quali erano già in possesso, semplicemente per averli su un supporto aggiuntivo. È un fenomeno che si è verificato ciclicamente nella storia della musica. I vinili si sono impolverati sui piani alti degli scaffali, e le cassette hanno preso il loro posto affianco agli hi-fi, per esser poi sepolte, dopo qualche anno, da pile di cd.

L’ultima possibilità (un aumento delle vendite) si verifica invece quando il file-sharing si delinea come accesso a contenuti, altrimenti sconosciuti, che saranno acquistati in un secondo momento.
Il concetto è molto simile a quello di “exposure effect” del quale Liebowitz parlava già nel 1981 riguardo all’effetto delle fotocopie sulle vendite dei giornali. (Liebowitz, 1981) Rispetto a questo fenomeno, che nel caso del file-sharing viene definito “effetto sampling” Liebowitz sottolinea che si presenta in misura nettamente minore se si parla di video, poiché mentre un file musicale viene ascoltato più volte, raramente la visione di un film viene ripetuta (Liebowitz, 2002).

L’interpretazione che dà Kostas Kasaras, studiosa di Sociologia della Cultura Contemporanea all’Università di York, al fenomeno del file-sharing rimanda addirittura all’idea di pubblicità. Spiega infatti che, come la pubblicità altro non è se non una strategia per creare bisogni, allo stesso modo, il file-sharing può essere considerato una particolare forma di promozione musicale. Il p2p creerebbe infatti nuovi consumatori facendo loro testare il prodotto, per poi spingerli all’acquisto del formato tradizionale. Secondo questa interpretazione gli utenti del file-sharing si avvicinerebbero quindi a questo tipo di sistemi con un approccio definito “educativo” (Kasaras, 2002). Ciò, come molti sostengono, deriva dal fatto che sebbene i numeri della musica scaricata tendano a crescere, l’appeal dei supporti tradizionali continuerà in ogni caso a spingere i consumatori a possedere fisicamente la musica preferita (Dolfsma, 2000).