Video aziendali e accessibilità

Un’immagine vale più di mille parole, sul Web come in ogni altro contesto. Il video è uno strumento di comunicazione in forte crescita, soprattutto in Rete, per la sua forza, immediatezza e versatilità. Un mezzo incredibilmente efficace per informare, emozionare, suggestionare, persuadere e convincere. Accompagnato da musica e parole, riesce a toccare l’interlocutore a livello profondo, catturandone l’attenzione in pochi istanti, influenzando, talvolta, la percezione e la considerazione dello spettatore nei confronti dell’oggetto o del mittente del video.

Per questi motivi, numerose aziende scelgono di ospitare dei filmati nei propri siti istituzionali, con l’obiettivo di valorizzare il brand e di ricollocarlo, nella scala valori dei propri clienti-consumatori, in una posizione più elevata. Il video corporate racconta l’azienda nei suoi aspetti salienti, ne sottolinea la filosofia, le caratteristiche vincenti, la tradizione, la qualità e il dinamismo, e soprattutto ne esalta l’etica, il codice di valori e di comportamenti. La Rete è il luogo ideale dove condurre una campagna di sensibilizzazione nei confronti del proprio marchio, e il video è lo strumento principe. Del resto, l’impressionante successo delle piattaforme di video sharing e la possibilità di realizzare un buon prodotto a costi accessibili, ha determinato un forte incremento nell’utilizzo di questo mezzo espressivo.

Ma è tutto oro quello che luccica? Il video è sempre la scelta giusta, o può nascondere delle insidie insospettate? L’utilizzo di un filmato potrebbe rivelarsi controproducente, laddove in fase di progettazione e di realizzazione della campagna non si tenesse conto di un aspetto fondamentale, quello dell’accessibilità dei contenuti per le persone diversamente abili. Un tema spinoso, nella maggior parte dei casi ignorato dalle aziende, propense a privilegiare aspetti come la riuscita estetica del prodotto o la spettacolarità. Del resto, i siti privati non sono tenuti a sottostare alle regole imposte ai siti pubblici, in tema di accessibilità, dalla legge Stanca del 2004.

Eppure, trascurare questo aspetto significa sottrarre all’azione di marketing molta della sua efficacia. Affidarsi a un messaggio precluso agli utenti disabili può rivelarsi un pericoloso passo falso. Se i concetti che l’azienda intende veicolare sono quelli, molto in voga negli ultimi tempi, di attenzione sociale, adesione a un codice etico, rispetto dei consumatori, valorizzazione della diversità ecc., che credibilità può avere una campagna il cui video è la dimostrazione evidente di scarsa attenzione per queste problematiche? In questo caso si crea così una sorta di contrapposizione interna tra mezzo e messaggio, in cui il primo smentisce inevitabilmente il secondo.

Escludere a priori una fetta dell’utenza, se pure minoritaria, dalla propria azione di marketing, dimostrando scarso interesse per fasce sociali deboli o poco tutelate, può minare alla base la fiducia del consumatore. In tempi di Web 2.0, l’attenzione delle aziende è monopolizzata da concetti quali partecipazione e condivisione, mentre i temi dell’usabilità e dell’accessibilità vengono rispolverati quasi esclusivamente in abito di comunicazione pubblica.

Eppure, rendere un video accessibile o fornire una valida alternativa di fruizione non è poi così difficile. Senza esasperare il concetto, né affidarsi a processi complicati come la sottotitolatura, si può prevedere un’alternativa testuale, leggibile, ad esempio, dagli appositi software per non vedenti. Uno sforzo minimo, che avvalora concretamente il messaggio sostenuto dalla campagna.

http://webaccessibile.org/multimedia/filmati-accessibili/un-intervista-video-accessibile/

http://websenzabarriere.uniroma2.it/?p=84

http://www.leggestanca.it/

 

Luana

Comments are closed.