Folksonomy: quando il peggior ordine possibile è il miglior disordine possibile

Il termine folksonomy è un neologismo coniato nel 2004 da Thomas Vander Wal, tratto dall’inglese folks (gente) e taxonomy (tassonomia, classificazione). Una folksonomia è una classificazione spontanea e collaborativa, creata dagli individui che, assegnando delle parole chiave (tag), classificano immagini, video, link, testi e così via.
Considerato che gli organizzatori dell’informazione sono per lo più utenti finali, la folksonomia produce risultati che riflettono l’informazione in maniera più efficace di un’organizzazione ad albero, secondo il modello concettuale della popolazione che la utilizza.

Posto un universo di dati potenzialmente infinito, quale è oggi la Rete, è oggettivamente impossibile aspirare ad un ordine condiviso; meglio tendere al miglior disordine possibile tramite la buona pratica di “appiccicare etichette” alle risorse condivise sul web, siano esse testi, immagini, indirizzi o video. Il ferreo regime di catalogazione che regna tra gli scaffali di una biblioteca è ordine; la folksonomy, prescindendo da qualunque schema preordinato, è disordine dotato di una buona segnaletica. Si tratta di una classificazione basata su parole chiave del tutto priva di struttura e di relazioni necessarie tra gli elementi. È una catalogazione spontanea e collaborativa di risorse eterogenee che si adatta con facilità agli ambienti non gerarchici com’è la comunità del Web.

Lanciati su vasta scala all’inizio del 2005 da Technorati, il principale motore di ricerca dedicato al mondo dei blog, i tag sono stati sorprendentemente adottati da un gran numero di applicazioni internet basate sulle reti sociali quali Flickr o Youtube, dando avvio a una delle più sorprendenti propagazioni di buone pratiche che la rete abbia conosciuto negli ultimi tempi.

La folksonomy non è perfetta e viene costantemente migliorata nella pratica e negli strumenti. Il limite più evidente è dato dall’ambiguità delle catalogazioni spontanee (persone differenti classificano in modo differente risorse differenti) e dall’uso di sinonimi, di luoghi comuni passeggeri, di nomi che possono essere scritti in modi diversi pur essendo riferiti allo stesso concetto. Quella che dal punto di vista della classificazione può sembrare causa di entropia in un ambiente per sua natura già caotico, in realtà non fa altro che riprodurre dentro la Rete una struttura di organizzazione per analogie molto simile a quella che sta alla base del ragionamento umano.

Le tecniche per ovviare a questi tipi di problematiche vanno studiate a fondo per rendere più efficace i sistemi di taggatura condivisa. Sul portale Treccani.it, ad esempio, si è scelto di proporre agli utenti un set di parole chiave fra le quali scegliere quelle da attribuire alle singole risorse enciclopediche, parole che rappresentano a loro volta altre risorse, fino ad ottenere una rete di correlazioni fra termini costruita dai navigatori.

Se accettiamo una visione della Rete secondo conversazioni generate da individui, cosa che già avviene nel Web 2.0, la conquista a cui porta la folksonomy prescinde da tutti i vantaggi e gli svantaggi contingenti. Semplicemente bisogna smettere di ricercare un ordine dentro il Web e iniziare ad accettare l’idea che la Rete abbia bisogno di disordine per funzionare al meglio.

Elena Dalla Massara

Analista e digital strategist specializzata in cultura, comunicazione istituzionale e intercultura. Laureata in Filosofia teoretica, come giornalista pubblicista ha realizzato alcune inchieste in Albania, Afghanistan, Tajikistan, Sudan e Mongolia. In Cultur-e dal 2001, oggi coordina il team interno di Social Intelligence e realizza web reputation analysis e strategie di intervento per enti, imprese e top manager. Lingue: italiano, inglese e francese.