Tag cloud: navigare fra le nuvole

Tag cloud del testo di questo post

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Anche la Rete è suscettibile alle mode. Una delle più seguite negli ultimi tempi consiste nel disseminare blog, siti e portali di tag cloud, una forma di visualizzazione dei dati che mostra un gruppo di parole di grandezza differente.

I tag più usati hanno un font più grande, quelli meno usati supplies Crayon Bouncer House un font più piccolo. Lo scopo è dunque quello di pesare la grandezza delle parole in base alla loro frequenza, in modo da visualizzare, colpo d’occhio, quali tag vadano per la maggiore . Oltre alla grandezza, le parole possono essere organizzate in ordine alfabetico, per similarità semantica, oppure casualmente. Le voci sono di solito link che portano ad un elenco di oggetti collegati a quella voce.

Non si sa di preciso chi abbia inventato questo sistema. Secondo la versione inglese di Wikipedia il primo ad utilizzare le tag cloud è stato lo scrittore canadese Douglas Coupland nei cosiddetti “subconscious files” del suo romanzo Microservi, ma la pagina in questione non è più raggiungibile.

Di sicuro il loro utilizzo più importante è quello fatto nei social media come Flickr, Del.icio.us o Technorati, dove i tag sono attribuiti dagli utenti, generando un autentico caso di user generated content. Ma le tag cloud vengono ormai utilizzate ovunque, nei siti di quotidiani come Repubblica per mettere in risalto i temi del giorno, ma anche in siti istituzionali di grandi gruppi come Telecom Italia  per dare evidenza agli argomenti trattati nelle singole sezioni, e si è presto diffusa la moda di mettere in nuvola i discorsi degli uomini politici (questa, ad esempio, la nuvola del discorso di insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca)

Indubbiamente le tag cloud sono uno dei nuovi codici di comunicazione visuale che appartengono del Web 2.0, perché strettamente legate all’uso che gli utenti fanno dei tag. Ma funzionano davvero? Quanto sono utilizzate come reale strumento di ricerca e quanto invece come gadget alla moda?

Sicuramente hanno il vantaggio di fornire all’utente, in maniera immediata, un elenco di qualificatori che sono stati attribuiti all’oggetto a cui si riferiscono. Se l’oggetto è una collezione di foto, come nel caso di Flickr, la nuvola descrive sommariamente quali sono i tag associati alle foto presenti sul sito, per cui appare subito chiaro se la maggior parte delle foto riguardano matrimoni, vacanze, party o altri soggetti.

Al momento però non ci sono studi riconosciuti che attestino l’efficacia delle tag cloud come meccanismo di navigazione né tantomeno di architettura delle informazioni. Resta inoltre da capire quanto uno strumento del genere possa fungere da gadget per attrarre alcuni tipi di utenti, ma non abbiamo molti dati a riguardo.

Una delle poche ricerche condotte su questo argomento è quella di Martin Halvey e Mark T. Keane, due ricercatori che nel 2007 hanno presentato un loro studio con sei diversi metodi per presentare elenchi di voci, fra cui le tag cloud. Gli intervistatori chiedevano agli utenti di trovare e selezionare alcune voci (città europee) in elenchi formati casualmente da una base di dati. Gli elenchi potevano assumere il seguente formato:

  • nuvole di tag in ordine alfabetico
  • nuvole di tag casualmente ordinati
  • elenchi orizzontali alfabetici
  • elenchi orizzontali casualmente ordinati
  • elenchi verticali alfabetici
  • elenchi verticali casualmente ordinati

Il risultato peggiore si è registrato proprio per le tag cloud. In realtà tutti i formati di presentazione che offrivano le voci disposte in maniera casuale, presentavano tempi mediamente più alti rispetto a quelli alfabetici. Ma anche fra gli alfabetici le tag cloud portavano a prestazioni peggiori.

Un altro risultato della ricerca piuttosto interessante riguarda il tempo di selezione di un termine in relazione alla sua posizione. Le parole disposte in alto a sinistra in tutti i formati erano trovate più velocemente, congruentemente con il verso di lettura occidentale. Ma molto rapidi sono stati anche i tempi di ritrovamento di parole poste nell’angolo in basso a destra, o al centro della riga centrale. Questo sembra indicare che tendiamo a scorrere rapidamente gli elenchi o le nuvole di tag, anziché leggerle.

Sono noti anche studi di usabilità (in tedesco, ma è disponibile anche un riassunto in inglese in PDF ) dove gli utenti giudicano la rappresentazione delle etichette a forma di nube generalmente difficile da comprendere (in particolare chi non è abituato non capisce perché alcune parole siano più grandi di altre) e difficili da usare, caotiche.

Come a dire, navigate pure fra le nuvole, se volete, ma attenti che non piova!

Elena Dalla Massara

Analista e digital strategist specializzata in cultura, comunicazione istituzionale e intercultura. Laureata in Filosofia teoretica, come giornalista pubblicista ha realizzato alcune inchieste in Albania, Afghanistan, Tajikistan, Sudan e Mongolia. In Cultur-e dal 2001, oggi coordina il team interno di Social Intelligence e realizza web reputation analysis e strategie di intervento per enti, imprese e top manager. Lingue: italiano, inglese e francese.