Condividere o non condividere: questo è il problema

BLOGLa Legal & General, una delle compagnie assicurative più importanti del Regno Unito, sta considerando la possibilità di aumentare i premi assicurativi per gli utenti dei social network. Motivo? La condivisione di certi dettagli personali online, come l’indirizzo di casa o l’annuncio di un viaggio che si sta per effettuare, è un invito a casa… per i ladri. Un tema già illustrato dal sito Please Rob Me che, mostrando i pericoli del ‘over-sharing’ di informazioni personali, promuove di fatto l’autotutela.

L’aggiornamento dello stato e la pubblicazione di foto sui social network può creare situazioni problematiche e imbarazzanti. Oltre alle storie di genitori angosciati nello scoprire la doppia vita dei loro figli, la voglia di condividere può colpire negativamente anche l’ambito lavorativo. Chi cerca lavoro deve stare attento a quello che pubblica su Facebook e Twitter. Infatti, cresce il numero di datori di lavoro che prima di fissare un colloquio danno un’occhiata al profilo del potenziale candidato. Lo stesso vale per chi il lavoro già ce l’ha.

Ne sa qualcosa l’impiegato di una società americana di consulenza che prudentemente scrisse su Twitter: “Sono arrivato nell’ufficio di Mister X, ora un bel caffè e al via la riunione!”. Peccato che il cliente al quale doveva fare consulenza esigeva riservatezza assoluta. E poco importava che il consulente avesse pochi ‘follower’: il tweet giunse presto agli occhi del capo che si affrettò a licenziare il microblogger, oltre che a prendere misure per riparare il danno d’immagine dell’azienda. Stando all’ultimo Security Threat Report della Sophos, quasi tre-quarti delle aziende intervistate (72%) hanno affermato di essere preoccupate per il comportamento dei propri impiegati nei social network. Non solo per l’aspetto relativo alle risorse umane e alla reputazione, ma anche per l’eventualità di compromettere la sicurezza aziendale.

Dovremmo quindi stare attenti a quante e quali informazioni condividiamo circa la nostra vita, attività e preferenze. Eppure, avere un profilo ‘privato’ (ovvero accessibile dai soli amici autorizzati) e condividere poco o niente non ci salva da violazioni della privacy, nemmeno dai servizi che sostengono di proteggerci. Facebook ha recentemente introdotto alcune modifiche per dare agli utenti la possibilità di gestire i propri contenuti in maniera più semplice e trasparente. Ma per applicare questa novità, i gestori del social network hanno prima dovuto resettare tutti i profili con operazioni di default che rendevano visibili a chiunque le attività degli utenti.

A causare un’altra ondata di proteste da parte di internauti arrabbiati è stato Buzz, il servizio di social networking lanciato da Google a febbraio. Gli utenti di Gmail si sono automaticamente ritrovati ad avere un profilo su Buzz con una lista di ‘amici’ già pronta: i contatti di posta elettronica erano stati aggiunti e resi informazione pubblica da Google. Persino la prestigiosa rivista Foreign Policy ha analizzato le possibili implicazioni di questa azione, come ad esempio la facilità con cui i governi di Cina e Iran potevano accedere ai contatti di posta elettronica degli attivisti e trovarne così altri ancora sconosciuti alla polizia.

Come nel caso dei suoi predecessori, Buzz ha subito risposto alle infuocate accuse adottando nuove impostazioni e procedure per garantire sia più controllo dei propri dati e sia maggiore tutela della privacy. È probabile che presto ci saranno altri casi analoghi: dopotutto gli spazi pubblici creati dai computer collegati in Rete sono controllati da colossi privati con fini di lucro, i cui interessi non sono sempre allineati con quelli dei loro utenti.

Raffaella