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	<title>Cultur-e Blog - Riflessioni sulla Rete</title>
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	<description>Brand, influencer e social network. Le nostre riflessioni sulla Rete</description>
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		<title>Siti fotocopia o nuove frontiere della progettazione web?</title>
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		<pubDate>Wed, 08 May 2013 16:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annalaura Ruffolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[usabilità]]></category>

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		<description><![CDATA[“Come mai la pagina più visitata del mio sito non è la home?”. Una domanda che a prima vista potrebbe suonare come una provocazione: non è possibile, verrebbe da rispondere. Invece può succedere, soprattutto se stiamo parlando di siti di informazione. Vai a capire che tra ricerca organica, SEO e indicizzazione, non è detto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1427" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.flickr.com/photos/baldiri/5735001938/"><img class="size-medium wp-image-1427  " src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/05/5735001938_6f75062aee-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">© baldiri www.flickr.com</p></div>
<p>“Come mai la pagina più visitata del mio sito non è la home?”. Una domanda che a prima vista potrebbe suonare come una provocazione: non è possibile, verrebbe da rispondere. Invece può succedere, soprattutto se stiamo parlando di siti di informazione. Vai a capire che tra <strong>ricerca organica, SEO</strong> e <strong>indicizzazione</strong>, non è detto che il contenuto di maggior interesse &#8211; non per il cliente,<strong> ma per l’utente -</strong> sia il banner in evidenza sulla home ma il box nella subhome o la scheda nella colonna di destra della pagina di terzo livello.</p>
<p><span id="more-1425"></span></p>
<p>Probabilmente questa domanda provocatoria se la saranno posta anche alla <strong><a href="http://www.reuters.com/" target="_blank">Reuters</a></strong>, una delle più note agenzie di stampa al mondo, inglese di nascita – è stata fondata nel 1851 dal <strong>tedesco Paul Julius Reuter </strong>– dal 2007 per metà statunitense, a seguito della fusione con la Thomson Corporation che ha dato vita alla società <a href="http://thomsonreuters.com/" target="_blank">Thomson Reuters</a>. Dai primi del mese di maggio, infatti, è disponibile un’<a href="http://preview.reuters.com/" target="_blank">anteprima</a> del nuovo sito, con tanto di guida interattiva all’organizzazione dei contenuti, al flusso di notizie, agli articoli e agli approfondimenti; è possibile anche dare feedback e suggerimenti sul restyling in corso d’opera.</p>
<p>In sostanza, qual è <strong>la grande novità</strong> che il team di <a href="http://thomsonreuters.com/" target="_blank">Thomson Reuters</a> ha introdotto? Prendendo ispirazione dal concetto di <strong>feed</strong> – e chi meglio di loro, che lavorano con <strong>breaking news</strong> <strong>e take di agenzia</strong> – ovvero dal flusso in aggiornamento continuo di notizie, articoli ed immagini, hanno deciso di eliminare la distinzione tra la pagina principale e quelle interne, uniformando  struttura e template: di fatto <strong>ogni pagina è  pensata come se fosse l’homepage</strong>.</p>
<p>Tutte le pagine, quindi, presentano la medesima ricchezza di contenuti e lo stesso livello di approfondimento. La ragione che ha guidato questa operazione, probabilmente, sta proprio nel fatto che spesso gli internauti <strong>arrivano direttamente alla pagina interna</strong>, saltando il passaggio per la home. E come ci arrivano a quella pagina? Il più delle volte dai social – <strong>Twitter</strong> e <strong>Facebook</strong>, soprattutto – e dagli <strong>aggregatori di notizie</strong>, senza neanche rendersi conto a quale sito li ha portati quel click in più. Per evitare che così come vi sono giunti se ne possano andare, è bene provare a <strong>“trattenere” gli utenti sulla pagina, proponendo “tutto e subito”</strong>: varietà ed eterogeneità dei contenuti, immagini e fotonotizie, collegamenti trasversali possibili tra sezioni e pagine diverse.</p>
<p>Un <strong>cambiamento radicale</strong>, che lo stesso team di lavoro Reuters ha definito riprogettazione<strong> </strong>piuttosto che restyling, reso possibile dalla stessa natura del www, in continuo e costante evoluzione, dalle peculiarità dell’informazione e dall’implementazione delle piattaforme social nei processi di produzione e diffusione delle notizie. E così, hanno provato a far convergere, di fatto, il tradizionale <strong>newsgathering </strong>e l’<strong>engagement </strong>proprio dei social media, coinvolgendo, in tempo reale e con aggiornamenti continui, gli utenti della rete.<strong> Daniel Codega</strong>, Design Director di Reuters Digital, ha chiamato questa operazione <strong>twitterizzazione </strong>del sito web. Gli fa eco <strong>Alex Leo</strong>, Head of Product dell’azienda: ribadisce la necessità di dare il maggior numero di informazioni – chiare, complete e approfondite – a un utente che<strong> preferisce scrollare con il mouse </strong>una sola pagina piuttosto che cliccare per andare al livello successivo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Questa è la situazione Oltreoceano</strong>, in un settore ben specifico, quello dei media online. Un aspetto da non sottovalutare,<strong> perché è la natura stessa del contenuto che</strong> <strong>fa la differenza, oltre che la forza, della rete</strong>. È facile pensare a una soluzione del genere per chi ha a che fare con ritmi di aggiornamento che si attestano sull’ordine di grandezza del secondo. Un po’ meno, invece, per chi progetta e gestisce il sito della campagna X o della società che rivende i prodotti Y. Il rischio più grande, in questi casi, è “sfornare” siti fotocopia, apparentemente troppo uguali anche se in fondo la ricchezza dei contenuti non manca.</p>
<p>Certo, per chi lavora di progettazione editoriale, la sfida è aperta. Ma se la domanda in apertura continua ad essere per voi provocatoria, lasciate perdere: non è ancora il momento di voltare pagina, fate parte dei fedelissimi dell’alberatura dei contenuti e della navigazione a più livelli.</p>
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		<title>Non solo social. Blog, influencer e comportamenti d’acquisto</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Apr 2013 08:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Web Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[brand]]></category>
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		<description><![CDATA[A.A.A. Nuovi clienti cercasi. Astenersi social network. Secondo una ricerca pubblicata da Technocrati (aprile 2013), nel web 3.0 i comportamenti d&#8217;acquisto dei consumatori sono influenzati dai giudizi dei blogger. Prima di passare all&#8217;azione e portare a termine lo shopping, gli utenti della Rete vanno alla ricerca delle opinioni presenti nei blog. Leggono, si informano, soppesano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/04/influencer.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1409" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/04/influencer.jpg" alt="Blog, influencer e comportamenti d'acquisto" width="300" height="225" /></a>A.A.A. Nuovi clienti cercasi. Astenersi social network. Secondo una ricerca pubblicata da <a title="Scarica la ricerca di Technocrati" href="http://technoratimedia.com/wp-content/uploads/2013/02/tm2013DIR.pdf" target="_blank">Technocrati</a> (aprile 2013), nel web 3.0 i comportamenti d&#8217;acquisto dei consumatori sono influenzati dai giudizi dei blogger. Prima di passare all&#8217;azione e portare a termine lo shopping, gli utenti della Rete vanno alla ricerca delle opinioni presenti nei blog. Leggono, si informano, soppesano pro e contro dell&#8217;oggetto che vogliono acquistare, dando importanza primaria alla qualità dei contenuti che leggono, all&#8217;affidabilità della fonte e alle dimensioni &#8220;ristrette&#8221; della community. La conclusione? Per <strong>trovare nuovi clienti</strong> e <strong>fidelizzare quelli già esistenti</strong> Facebook e Twitter non sarebbero così efficaci. A risultare vincente è una strategia sinergica, dove le reti convergono e collaborano per influenzare le scelte del cliente finale.<span id="more-1407"></span></p>
<p><strong>La fiducia guida l&#8217;azione. </strong>Siti di vendita al dettaglio, portali dei brand e blog. È questo il podio delineato dagli analisti di Technocrati rispetto alle risorse digitali considerate più influenti da chi vuole fare acquisti. Con il 31,1% delle preferenze i blog si posizionano al terzo posto davanti a Facebook (4° con il 30,8% dei consensi) e a Twitter (addirittura 11° con appena l&#8217;8%). Ma non eravamo entrati appieno nell&#8217;epoca dei social network? Perché i blog sono tornati a essere più influenti nelle scelte d&#8217;acquisto dei consumatori? La parola chiave è fiducia. I blogger sono considerati schietti, obiettivi, capaci di restituire nei loro racconti un quadro a 360 gradi dell&#8217;oggetto dei desideri, descrivendone vizi e virtù  e riuscendo ad assumere un ruolo di veri e propri <em>influencer</em>.</p>
<p><strong>Piccolo è bello.</strong> Pensate che il successo del vostro brand passi per il numero di amici della pagina fan su  Facebook o per i follower del profilo Twitter? Nulla di più falso. La grandezza delle comunità online è inversamente proporzionale al loro grado di influenza. Se l&#8217;azione passa dalla fiducia, la fiducia passa dalla capacità di ascolto, condivisione e discussione delle idee. In altre parole, per un marchio potrebbe essere più efficace ottenere il giudizio positivo di un blogger con pochi follower, ma che si è guadagnato la loro stima grazie all&#8217;affidabilità dei suoi giudizi.</p>
<p><strong>Contenuti di qualità. </strong>Accrescere l’attività delle pagine social proprietarie per coinvolgere attivamente il consumatore. Come? Offrendo contenuti di rilievo. Sebbene le aziende investano ancora solo il 10% del bilancio totale dedicato al digital marketing sui social media, hanno compreso che le campagne pubblicitarie non sono l&#8217;unica strada percorribile. L&#8217;obiettivo di fidelizzazione dei clienti si raggiunge attraverso il loro coinvolgimento: solo postando contenuti interessanti e di qualità sui social network proprietari si riuscirà a instaurare un rapporto di fiducia e, quindi, indirizzare i comportamenti d&#8217;acquisto dei consumatori.</p>
<p><strong>Il segreto degli influencer? Coltivare la propria comunità.</strong> Cari brand per individuare chi detiene in Rete lo scettro dell&#8217;influenza non affidatevi a <a title="ComScore" href="http://www.comscore.com/" target="_blank">comScore</a> o alle classifiche <a title="Vai al sito dell'istituto di ricerca Nielsen" href="http://www.nielsen.com/us/en.html" target="_blank">Nielsen</a>. Secondo la ricerca di Technocrati sarebbero altri i parametri per stabilire chi è un <em>influencer</em>. Non basta avere un grande seguito  sui social media per essere automaticamente influenti. Bisogna fare uno sforzo ulteriore. I veri <em>influencer</em> sono coloro che attraverso l&#8217;affidabilità e la qualità dei contenuti sono riusciti a creare legami molto stretti con le loro comunità. L’elemento essenziale che emerge dalla ricerca  Technorati è questo: <strong>i blogger coltivano la propria comunità</strong>, ed è lì (e  solo lì) che nasce il<strong> potere di influenzare davvero un’audience</strong>.</p>
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		<title>Twitter e PA. Come &#8220;cinguetta&#8221; la Pubblica Amministrazione?</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 09:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benchmark]]></category>
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		<description><![CDATA[“Gli spazi di social networking rappresentano una grande opportunità per la PA, non solo per informare e comunicare in maniera efficace, ma anche per costruire una relazione di fiducia.” Così scriveva il ministro Patroni Griffi nel Vademecum Pubblica Amministrazione e social media, redatto a cura del Formez nel “lontano” dicembre 2011. In particolare Twitter, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/04/Twitter_PA.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-1399" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/04/Twitter_PA.gif" alt="" width="300" height="225" /></a>“Gli spazi di social networking rappresentano una grande opportunità per la PA, non solo per informare e comunicare in maniera efficace, ma anche per costruire una relazione di fiducia.” Così scriveva il ministro Patroni Griffi nel <a href="https://docs.google.com/file/d/0B-9LwViHbVWkZXJCT0h5cXNMR3M/edit?pli=1" target="_blank">Vademecum Pubblica Amministrazione e social media</a>, redatto a cura del Formez nel “lontano” dicembre 2011.</p>
<p>In particolare Twitter, per la brevità dei suoi messaggi e per l’utilizzo sempre più diffuso come fonte di informazione e aggiornamento in tempo reale, rappresenta uno dei canali ideali che la Pubblica Amministrazione può sfruttare per comunicare in modo nuovo con i suoi utenti-cittadini.<span id="more-1384"></span></p>
<p>Il micro-blogging dell’uccellino è utilizzato da numerose amministrazioni dell’Unione Europea, in particolare dal <strong>Governo britannico</strong>. Oltremanica è stato diffuso un documento che definisce le linee guida per la gestione della presenza su Twitter da parte delle pubbliche amministrazioni inglesi. Nel testo, si sottolinea, tra l’altro, come lo strumento possa “fornire una voce umana all’Amministrazione per promuoverne la comprensione”, “fornire autorevolezza e credibilità”, “aumentare la visibilità dell’Amministrazione come riferimento nel proprio ambito di competenza all’interno del web”. (cfr. <a href="http://neilojwilliams.net/missioncreep/wp-content/uploads/2009/07/17313280-Template-Twitter-Strategy-for-Government-Departments.pdf" target="_blank">Template Twitter strategy for Government Departments</a>).</p>
<p>Non a caso, il <a href="https://twitter.com/UKParliament" target="_blank">profilo del Governo britannico</a> è uno dei più popolari, con oltre 130.000 follower e una gestione molto orientata all’<em>Open Government</em>, con la pubblicazione di circa 10 tweet al giorno che segnalano notizie e approfondimenti sui lavori delle commissioni e offrono un resoconto settimanale delle attività del Parlamento.</p>
<p>E in <strong>Italia</strong>? Molto sul fronte dell’<em>Open Government</em> ha fatto <a href="https://twitter.com/andreasarubbi" target="_blank">@Andrea Sarubbi</a> con la sua #OpenCamera, ma sul fronte della presenza istituzionale della Pubblica Amministrazione la situazione è ancora in affanno, con una netta differenza fra amministrazione centrale e locale.</p>
<p>Secondo uno studio presentato al Politecnico di Torino dal ricercatore <a href="https://twitter.com/giovanni_arata" target="_blank">@Giovanni Arata</a> sul rapporto fra le amministrazioni nostrane e Twitter, a settembre 2012 esistevano 3,64 milioni di profili registrati su Twitter in Italia. Di questi, sono in tutto <strong>291 i profili riconducibili ad enti locali e ministeri</strong> (fogli di calcolo disponibili sul Database <a href="https://docs.google.com/spreadsheet/ccc?key=0AuUwY2ixX3ehdFp1Mml2eUVFckxlRTZuUFloQkFXb0E#gid=0" target="_blank">#TwitterPA 2012</a>).</p>
<p>La maggior parte sono i 236 account appartenenti ai Comuni (81,1% del totale), seguiti da Province (12,7%) e Regioni (7%). I <strong>Ministeri </strong>rappresentano solo il <strong>2,8%</strong> del totale.</p>
<p>L’amministrazione più seguita è il <a href="https://twitter.com/twitorino" target="_blank">Comune di Torino</a>, che fornisce informazioni di servizio sui più svariati aspetti della vita quotidiana dei cittadini, dagli scioperi del trasporto pubblico al meteo, dai menu del giorno delle mense scolastiche agli autovelox attivi giorno per giorno sulle strade della città, e registra ad oggi oltre 66.000 follower. Un dato particolarmente significativo, questo, se confrontato con il numero di utenti che seguono profili istituzionali di Ministeri quali <a href="https://twitter.com/Mi_BAC" target="_blank">@MiBAC</a> (oltre 13.400), <a href="https://twitter.com/minambienteIT" target="_blank">@MinisteroAmbiente</a> (circa 6.650) <a href="https://twitter.com/miursocial" target="_blank">@MiurSocial</a> (più di 1.400) o lo stesso profilo di <a href="https://twitter.com/Palazzo_Chigi" target="_blank">@Palazzo_Chigi</a>, che con i suoi oltre 30.000 follower, non raggiunge neanche la metà di quelli del Comune di Torino.</p>
<p>Indubbiamente un fattore importante nel valutare queste cifre è rappresentato da un livello di interesse  inversamente proporzionale alla vicinanza con l’ente che ne scrive. Ma questo elemento fornisce già un’ indicazione importante per colmare il “gap social” della Pubblica Amministrazione centrale, che dovrebbe imparare dai “piccoli” ad usare Twitter in maniera più efficace.</p>
<p>Come? Innanzitutto valutando attentamente l’<strong>utilità</strong> e il potenziale <strong>interesse</strong> dei propri messaggi per gli utenti-cittadini. Ma anche e &#8211; dal nostro punto di vista &#8211; soprattutto, non sottovalutando la <strong>competenza di chi si occupa dell’aggiornamento del profilo,</strong> se si considera che spesso questo viene popolato attraverso l’importazione più o meno automatica dei contenuti pubblicati sul sito ufficiale dell’Ente o da altri profili social come Facebook, proponendo così una comunicazione piatta e monotona, senza alcuna forma di interazione con gli utenti e senza alcuna conoscenza di funzioni quali il retweet o la citazione, che permettono di entrare in collegamento con altri profili, istituzionali e non.</p>
<p>Come su un social <em><span style="text-decoration: underline">network</span> </em>si dovrebbe fare.</p>
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		<title>Facebook Graph Search, istruzioni per l’uso</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 13:29:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Web Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Graph Search]]></category>

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		<description><![CDATA[Rendere il mondo più aperto e connesso. Con questo obiettivo lo scorso 15 gennaio Facebook annuncia dal blog ufficiale il lancio della Graph Search, una nuova modalità di ricerca, al momento disponibile solo in beta per la versione english. A oggi per “testare” la Graph Search bisogna mettersi in lista d’attesa, dalla pagina https://www.facebook.com/about/graphsearch. Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/03/graph-search.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1373" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2013/03/graph-search-300x165.png" alt="" width="300" height="165" /></a>Rendere il mondo più aperto e connesso. Con questo obiettivo lo scorso 15 gennaio Facebook annuncia dal <a href="http://newsroom.fb.com/News/562/Introducing-Graph-Search-Beta" target="_blank">blog</a> ufficiale il lancio della <em><strong>Graph Search</strong></em>, una nuova modalità di ricerca, al momento disponibile solo in beta per la versione english. A oggi per “testare” la <em>Graph Search</em> bisogna mettersi in lista d’attesa, dalla pagina https://www.facebook.com/about/graphsearch.<br />
Nel corso dell’ultima edizione del <a href="http://www.be-wizard.com/" target="_blank">Be-Wizard</a>, a cui Cultur-e ha partecipato, sono stati illustrati alcuni possibili utilizzi della <em>Graph Search</em> sia da parte del semplice utente che di un’azienda. Merito anche di <strong>Daniele Ghidoli</strong>, fondatore della digital agency <a href="http://www.bigthink.it/" target="_blank">Bigthink</a> e specializzato in marketing su Facebook e applicazioni social, che ha dedicato al tema il suo intervento del Be-Wizard.<span id="more-1372"></span></p>
<p><strong>Che cos’è</strong></p>
<p>La <em>Graph Search</em> può essere definita un motore di ricerca “social”, che consente di estrapolare da Facebook una serie di informazioni da condividere con gli altri contatti del nostro network.<br />
Alla base di tutto c’è il concetto di <strong><em>Social Graph</em></strong>, definito nel 2007 da Dave Morin, esperto internazionale di social network, “<em>the network of connections that exist through which people communicate and share information</em>”, ossia un network di connessioni che le persone usano per comunicare e condividere informazioni.<br />
Quali sono le differenze tra la <em>Graph Search</em> e la ricerca web, accessibile oggi dal nostro profilo Facebook?<br />
Una delle prime novità introdotte dalla <em>Graph Search</em> è a livello grafico, con una barra di ricerca più ampia rispetto a quella “tradizionale”. Una volta impostata la ricerca, non si ottiene solo un elenco di risultati, ma una pagina che ha come titolo le parole digitate nel campo <em>search</em>. Titolo che può anche essere modificato dall’utente.<br />
Una seconda differenza riguarda proprio la ricerca: se nella barra che utilizziamo oggi sono digitate una parola o una serie di parole chiave (ad esempio, citando il blog di Facebook, “hip hop”), con la <em>Graph Search</em> è possibile inserire intere frasi, che danno vita a query ben più specifiche (ad esempio, “i miei amici di New York che amano Jay-Z”).<br />
Da qui il discorso della tutela delle informazioni personali: la <em>Graph Search</em> permette di trovare solo ciò che è già visibile, cioè i contenuti per i quali la privacy è impostata su “pubblico”.</p>
<p><strong>Modalità di ricerca</strong></p>
<p>La versione attualmente disponibile della <em>Graph Search</em> si concentra su quattro aree principali di ricerca:</p>
<ul>
<li> Persone (es.: “tutti i fidanzati dei miei amici”).</li>
<li> Foto (es.: “foto dei miei amici scattate a New York”).</li>
<li> Luoghi (es.: “attrazioni turistiche in Italia visitate dai miei amici”).</li>
<li> Interessi (es.: “amici con i miei stessi interessi”).</li>
</ul>
<p>La ricerca, come già detto, trova solo contenuti pubblici. Dal registro attività del nostro profilo Facebook è possibile impostare la privacy di informazioni personali e foto, per stabilire cosa rendere pubblico e, quindi, cosa può essere visualizzato tra i risultati della <em>Graph Search</em>.<br />
La funzionalità non è valida al momento per ricerche all’interno di commenti, post e link esterni. <em>Graph Search</em>, inoltre, non è ancora disponibile per mobile.</p>
<p><strong><em><br />
Graph Search</em> per il business<br />
</strong><br />
Anche il mondo delle aziende ha molto da imparare dalla <em>Graph Search</em>. Uno strumento che può essere utilizzato in chiave business almeno per compiere quattro attività diverse:</p>
<ul>
<li> Effettuare ricerche di mercato (è possibile chiedere, ad esempio “che tipo di musica ascoltano le ragazze tra i 18 e i 22 anni”).</li>
<li> Conoscere i propri fan (nel caso di marchi, posso visualizzare gli utenti che hanno cliccato “mi piace” sul nome del brand).</li>
<li> Conoscere i propri concorrenti (es: se si fa una ricerca tre le persone a cui piace “Coca-cola”, posso verificare se i clienti di Coca-cola bevono anche altre bibite).</li>
<li> Svolgere attività di<em> recruiting</em> (è possibile digitare, ad esempio, “programmatori al di sotto dei 30 anni che vivono a Milano”, nel caso in cui un’azienda sia alla ricerca di un profilo di questo tipo).</li>
</ul>
<p>Un discorso simile vale per le aziende turistiche, che possono imparare la cosiddetta <em>Graph Search Optimization</em>, per ottenere maggiore visibilità in Rete. Chi opera nel settore, deve fare attenzione soprattutto a:</p>
<ul>
<li> Aggiornare le informazioni relative alla propria struttura turistica.</li>
<li> Sceglierne con cura la tipologia (ad esempio, meglio “ristorante cinese” di “ristorante”).</li>
<li> Curare la foto profilo e renderla visibile nella ricerca.</li>
<li> Utilizzare spesso foto e video.</li>
<li> Incoraggiare i check-in nella propria struttura.</li>
<li> Incentivare il <em>rating</em>.</li>
<li>Puntare sugli<em> sponsored results</em> (contenuti sponsorizzati, visualizzati in cima ai risultati delle ricerche effettuate su Facebook).</li>
</ul>
<p>La <em>Graph Search</em> rende sicuramente disponibile un numero maggiore di informazioni già presenti in Rete, ma in passato più “nascoste”. Le aziende possono imparare a utilizzare al meglio questa nuova funzionalità per guadagnare visibilità e, di conseguenza, puntare ad accrescere il proprio business.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Web Solidarity: quando la Rete è solidale</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Aug 2012 08:40:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Annalaura Ruffolo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[cooperazione]]></category>
		<category><![CDATA[solidarietà]]></category>
		<category><![CDATA[web 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[Tim Berners Lee lo ha voluto ribadire 21 anni dopo l’invenzione del World Wide Web, durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2012: “This is for everyone” è infatti il messaggio lanciato via tweet a tutto il mondo, ben visibile sugli spalti dello stadio Olimpico di Londra grazie a raggi e nodi di luci, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-1362" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/08/canstockphoto3623422-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" />Tim Berners Lee</strong> lo ha voluto ribadire 21 anni dopo l’invenzione del World Wide Web, durante la cerimonia di apertura delle <strong>Olimpiadi 2012</strong>: “This is for everyone” è infatti il messaggio lanciato via tweet a tutto il mondo, ben visibile sugli spalti dello stadio Olimpico di Londra grazie a raggi e nodi di luci, a simboleggiare l’iper-connessione e l’interattività.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E proprio lui, il papà di internet, è tra i promotori della <a href="http://www.webfoundation.org/">World Wide Web Foundation</a>: la mission è diffondere la libertà di accesso alla Rete nei paesi in via di sviluppo.</p>
<p><span id="more-1357"></span>Già ci aveva provato &#8211; senza troppo successo &#8211; <strong>Nicholas Negroponte</strong> con <a href="http://one.laptop.org/">OLPC</a> (One Laptop Per Child), il computer in miniatura per il progetto <strong>Education for Peace</strong>. Il fondatore del MediaLab del <a href="http://web.mit.edu/">MiT</a>, infatti, prevedeva di produrre e distribuire un laptop da 100 dollari, per garantire ad ogni bambino del mondo, soprattutto nelle aree in via di sviluppo, l’accesso alla conoscenza. In cinque anni sono stati distribuiti due milioni di Xo (questo il nome del micro-pc): troppo pochi, forse, perché il computer costa in realtà il doppio dei 100 dollari inizialmente previsti.</p>
<p>Berners Lee, invece, ha voluto puntare sul <strong>web empowerment</strong>: l’obiettivo è che tutti &#8211; indipendentemente da lingua, capacità, posizione geografica, sesso, età o reddito – siano in grado di comunicare e collaborare, creare contenuti di valore, accedere alle informazioni di cui hanno bisogno per migliorare la propria vita e delle comunità. Tutto questo, grazie e attraverso la Rete.</p>
<p>Nel mondo esistono molte iniziative che mirano a migliorare le condizioni di vita degli uomini, ma fino a oggi nessuna di queste si è mai occupata specificatamente della circolazione delle informazioni all’interno di un web “partecipativo”. Ecco, la Web Foundation si interessa al diritto di ognuno di far parte di una società dell&#8217;informazione libera, creata secondo le idee di chi ne fa parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è necessario guardare così lontano o tanto in alto nell’Olimpo della Rete per ritrovare delle best practice di web solidale. Tante sono, ad esempio, le realtà dedicate al <strong>fundraising on line</strong>.</p>
<p>Da <a href="http://www.globalgiving.org/">globalgiving.org</a>, una sorta di piazza degli affari sociali, attraverso cui è possibile donare per una causa o un progetto nel paese del mondo che si vuole aiutare, a <a href="http://www.justgiving.com/">justgiving.com</a>, network che sostiene le campagne di raccolta fondi delle associazioni umanitarie, fino a <a href="http://www.missionfish.org/index.html">missionfish.org</a>, che addirittura aiuta il mondo del no profit a sfruttare le aste su eBay per sostenere le proprie iniziative benefiche. In Italia le organizzazioni no profit che promuovono fundraising on line non sono poche. Ma come fare per iniziare? Uno strumento utile può essere <a href="http://www.astatosta.org/">astatosta.org</a>, progetto che ha trasferito in Rete l’esperienza di un gruppo di amici, che sono partiti vent’anni fa circa, organizzando cene benefiche in cui ognuno metteva all’incanto gli oggetti inutilizzati in fondo a qualche armadio o dimenticati dentro qualche cassetto.</p>
<p>“Cambiare il mondo con un click!” è il payoff del portale <a href="http://www.websolidale.org/">WebSolidale Onlus</a>, un’associazione no profit fondata da un gruppo di imprenditori, professionisti e volenterosi del bergamasco, che vogliono impegnarsi a sostenere economicamente le opere dei missionari nel mondo. Obiettivo è promuovere beneficenza e assistenza sociale e sociosanitaria on line: sensibilizzando gli “internauti” ai temi di solidarietà e sviluppo attraverso una raccolta fondi da destinare a enti e individui che operano nei paesi in via di sviluppo. In poco più di cinque anni di attività, ha chiuso tre progetti in <strong>Bolivia</strong> e <strong>Costa d’Avorio</strong>, sta portando avanti iniziative di “connessione solidale” – un accordo con i gestori di telefonia, tale per cui una parte dei costi per l’attivazione del servizio internet vengono devoluti in beneficenza – e continua a promuovere nuovi progetti in <strong>Bangladesh</strong>, per il supporto per l’assicurazione medica, a <strong>Cuba</strong>, per la costruzione di un’aula di informatica a Baracoa, nella provincia di Guantanamo, e in <strong>Burkina Faso</strong>, per la realizzazione di un dispensario sanitario nella comunità di Sollo Zëkë.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo, non bisogna dimenticare che solidarietà in Rete vuol dire anche e soprattutto <strong>networking</strong>. Non mancano le esperienze di social solidali. C’è chi punta sul microblogging, come <a href="http://www.fundcauses.com/blog/it/">FundCauses</a>, per segnalare iniziative delle onlus meritorie di attenzione e di finanziamento. Sulla piattaforma viene data visibilità a progetti, o movimenti, più o meno spontanei di impegno sociale o social fundraising che utilizzano gli strumenti del web 2.0. Basta iscriversi per avere maggiori informazioni sulla piattaforma di social sponsorship georeferenziata (prossimamente on line), e sperimentarne in anteprima le potenzialità.</p>
<p><a href="http://it.wiser.org/">Wiser.org</a>, invece, è una grossa novità in fatto di social network: ha obiettivi molto diversi rispetto a <strong>Facebook</strong> e <strong>Twitter</strong>, e non si limita a consentire di interagire, condividere e divertirsi. Acronimo di <strong>World index of social and environmental responsibility</strong> (Indice mondiale della responsabilità sociale e ambientale) è uno strumento capace di coordinare persone in ogni angolo della Terra nel segno della sostenibilità, unirle in attività concrete, mirate, su temi impegnativi come l’ambiente, la giustizia sociale, la pace, la fame, l’acqua. Wiser – da poco sbarcato in Italia &#8211; è una realtà di cui fanno parte oltre 100 mila associazioni, onlus e organizzazioni, ma anche moltissime persone che hanno uno scopo comune: portare il loro contributo per il pianeta, affrontando grandi temi e facendo volontariato attivo anche nelle piccole cose.</p>
<p>Ma  il primo vero social solidale made in Italy si chiama <a href="http://www.melpyou.com/#&amp;panel1-1">Melpyou</a>: anch’esso, attraverso il web mette in contatto le associazioni senza scopo di lucro che hanno bisogno d’aiuto con chi è disposto a dare una mano, anche solo sporadicamente. Il nome è frutto di una curiosa fusione delle parole “meet” e “help”, perché &#8211; come hanno spiegato i suoi creatori &#8211; offre l’opportunità di aiutare gli altri e, al tempo stesso, di incontrare nuove persone. Sono ben accetti sia gli enti no profit che cercano volontari o risorse, ad esempio, per l’organizzazione di eventi e manifestazioni – per loro c’è la sezione<strong> Gruppi</strong> – così come singoli utenti, i “melper”, che a loro volta possono iscriversi nell’area <strong>Persone</strong> e creare una pagina personale, proprio come in ogni social network che si rispetti.</p>
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		<title>Londra 2012 tra social network e app</title>
		<link>http://www.cultur-e.it/blog/tipologie/analisi/londra-2012-tra-social-network-e-app/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jul 2012 08:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>

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		<description><![CDATA[Una cosa è certa: le Olimpiadi 2012 di Londra saranno anche i Giochi dei social network e della tecnologia. Già da tempo circolano notizie su applicazioni e novità IT per seguire i Giochi olimpici o viverli in prima persona, “pilotando” i propri atleti preferiti dalla tastiera del cellulare o dal proprio tablet. Partiamo dai social [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/07/Logo_Londra2012perpost.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1333" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/07/Logo_Londra2012perpost-300x225.jpg" alt="Logo_Londra2012" width="300" height="225" /></a>Una cosa è certa: le <strong>Olimpiadi 2012 di Londra</strong> saranno anche i Giochi dei social network e della tecnologia.<br />
Già da tempo circolano notizie su applicazioni e novità IT per seguire i Giochi olimpici o viverli in prima persona, “pilotando” i propri atleti preferiti dalla tastiera del cellulare o dal proprio tablet.</p>
<p>Partiamo dai social media: Londra 2012 ha una propria <a title="Facebook Olimpiadi" href="https://www.facebook.com/pages/olympics" target="_blank">pagina Facebook</a> ufficiale, con oltre 9mila fan, e un <a title="Twitter Olimpiadi" href="https://twitter.com/Olimpiadi_2012" target="_blank">account Twitter</a> (@Olimpiadi 2012). Obiettivo è aggiornare gli utenti sull’avventura olimpica. La pagina rimanda ad altre due dedicate ai Giochi, <em><a title="The Olympic Games" href="http://www.facebook.com/olympics" target="_blank">The Olympic Games </a></em> e <a title="Facebook London 2012" href="http://www.facebook.com/London2012" target="_blank">London 2012</a>. In essa si trovano anche profili e pagine  di atleti (da Michael Phelps a Usain Bolt, da Andrea Bargnani a LeBron James), squadre e sport, così da seguire da vicino tutti i retroscena delle performance dei singoli partecipanti o delle gare dei team. La <a title="Facebook Italia" href="http://www.facebook.com/Italia.Olimpiadi" target="_blank">pagina dell’Italia</a>, Team Italia Olimpiadi, ha oltre 41mila “mi piace”. </p>
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		<title>Le startup digitali: tra passato e presente</title>
		<link>http://www.cultur-e.it/blog/tematiche/imprese/le-startup-digitali-tra-passato-e-presente/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 15:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena</dc:creator>
				<category><![CDATA[Imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>

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		<description><![CDATA[Un tema su cui si dibatte molto negli ultimi mesi è quello relativo alle startup digitali, perché visto come una delle poche opportunità di lavoro su cui poter investire in tempi di crisi. Start-up è un termine inglese che identifica la fase iniziale di attività di una nuova impresa;  in generale una società appena costituita, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1337" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="web" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/07/web-300x225.jpg" alt="web startup" width="300" height="225" />Un tema su cui si dibatte molto negli ultimi mesi è quello relativo alle<strong> startup digitali</strong>, perché visto come una delle poche opportunità di lavoro su cui poter investire in tempi di crisi.<br />
<em>Start-up </em>è un termine inglese che identifica la<strong> fase iniziale di attività di una nuova impresa</strong>;  in generale una società appena costituita, presenta un alto rischio di fallimento ma anche un’alta prospettiva di guadagno, perché, in caso di successo, utilizzando una limitata quantità di capitale, risorse umane e spazi fisici, il recupero dei costi di avvio può essere riassorbito in brevissimo tempo. <span id="more-1336"></span></p>
<p>Nel caso delle <strong>startup digitali</strong>, ovvero delle imprese del web, il loro business è basato sull’attività svolta in rete, di conseguenza i costi da affrontare nella fase iniziale sono ridotti, quasi pari a zero.</p>
<p>Anche per questo motivo, il web prolifera di<strong> siti interessanti, a volte geniali,</strong> spesso avviati da giovani e giovanissimi animati dalla sola passione per Internet. Molti di questi hanno poi avuto la fortuna di incontrare <strong>l’interesse di investitori</strong> che, una volta acquisito il progetto, ne hanno elevato le potenzialità per trasformarli in <strong>portali apprezzati</strong>, <strong>seguitissimi</strong> e soprattutto con fatturati importanti.</p>
<p>Ma il fenomeno delle<strong> startup digital</strong>i, nate con poco e divenute <strong>web-imprese</strong> di successo non è recente: la prima ondata si è avuta alla fine degli anni novanta con la New Economy, tante imprese sono fallite, tante altre tutt’ora cavalcano il successo e si sono addirittura quotate in borsa (es. Yoox.com).</p>
<p>Ora stiamo vivendo una nuova ondata, diversa dal passato perché diverse le dinamiche storiche ed economiche. Nel corso degli ultimi anni sono nate realtà che, con diversi obiettivi, ricercano progetti e idee innovative:<strong> Bollenti Spiriti</strong> della Regione Puglia, <strong>Wind Business Factor</strong>, <strong>Innovaction Lab</strong>,<strong> <a href="http://www.startupinitiative.com/" target="_blank">IntesaSanpaolo Startup Initiative</a></strong>, sono alcune tra le tante iniziative che finanziano, premiano o mettono in contatto investitori e startupper. Ma non basta, perché ci si è resi conto che le nuove imprese del web sono, oggi, il vero motore dell&#8217;occupazione.</p>
<p>Come ben sappiamo, la crisi che da anni continua a tormentare l’Europa e il nostro paese ha fatto emergere l’esigenza di trovare una nuova strategia politica a sostegno dell’occupazione e della produttività e nell’ambito di questa strategia è stata definita l’<a title="L’Italia alla prova dell’Agenda digitale" href="http://www.cultur-e.it/blog/tematiche/e-government/l%e2%80%99italia-alla-prova-dell%e2%80%99agenda-digitale/"><strong>Agenda Digitale</strong></a> europea che invita a sfruttare il potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per favorire innovazione, progresso e crescita economica. Nel recepire le linee d’azione della nuova direttiva europea, il Governo italiano ha varato un <strong>Testo Unico</strong> sui “<strong>servizi elettronici e digitali</strong>” che interviene a regolamentare il settore dagli incentivi pubblici all’agevolazione dello sviluppo delle infrastrutture, fino al sostegno delle startup innovative. Questo permetterà a giovani imprenditori e piccole società di indirizzarsi anche verso finanziamenti diversi dal <em>venture capital</em>.</p>
<p>Oppure, in alternativa agli incentivi statali o privati, si può sempre scegliere di farsi aiutare da <strong><em>Eppela</em></strong>.</p>
<p>Ma cos’è<strong> Eppela</strong>? È essa stessa una startup, nata nel maggio 2011, che si presenta come piattaforma di <strong>crowdfunding</strong>, ovvero come sistema di finanziamento dal basso, che sostiene quei progetti che non riescono a farsi finanziare né dal settore pubblico né dal privato.  Eppela è uno dei primi sistemi di crowdfunding italiano, nato su ispirazione dell’americano <a href="http://www.kickstarter.com/" target="_blank"><strong>Kickstarter</strong></a>, che prova a creare un <strong>sistema alternativo e collaborativo</strong>, dove chiunque può presentare il proprio progetto e nel suo piccolo proporsi  come investitore.<br />
<strong>Eppel</strong>a è in sostanza, una startup che cerca di aiutare altre startup a uscire dall’anonimato e a mettersi in gioco sul serio.</p>
<p>Insomma, anche gli italiani, grazie alla loro creatività e capacità, possono sfruttare il web come volano per far ripartire l’economia. C’è che ci crede di più, chi meno, ma se volessimo provare a farci convincere potremmo farlo ascoltando i <strong>cinque motivi</strong> che animano <a href="http://www.youtube.com/watch?v=b-A2Rewym4s">Marco Montemagno</a> (imprenditore co-fondatore di Blogosfere).</p>
<p><object width="560" height="315"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/b-A2Rewym4s?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/v/b-A2Rewym4s?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>Per tutto il resto, non ci resta che aspettare e sperare che il web possa davvero costituire il mezzo da cui ripartire.</p>
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		<title>L’Italia alla prova dell’Agenda digitale</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jun 2012 18:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Stella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[e-government]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione pubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Obiettivi di medio e lungo periodo da raggiungere entro il 2020, sei gruppi di lavoro e una cabina di regia nazionale, 101 azioni che potrebbero portare a un risparmio economico tra i 4 e i 13 milioni di euro e a un aumento del Pil stimato tra il 4 e il 5%. In una parola? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/06/agenda_digitale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1324" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/06/agenda_digitale-300x168.jpg" alt="ADI - Agenda Digitale Italiana" width="300" height="168" /></a>Obiettivi di medio e lungo periodo da raggiungere entro il 2020, sei gruppi di lavoro e una cabina di regia nazionale, <strong>101 azioni</strong> che potrebbero portare a un <strong>risparmio economico tra i 4 e i 13 milioni di euro</strong> e a un <strong>aumento del Pil stimato tra il 4 e il 5%</strong>. In una parola? <strong>Adi</strong> – <a href="http://www.agenda-digitale.it/">Agenda digitale italiana</a>, la strategia del Governo Monti per dare sostanza anche nel nostro Paese al progetto della Commissione europea, “<a href="http://europa.eu/legislation_summaries/information_society/strategies/si0016_it.htm">Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva</a>”. Il primo atto concreto arriverà entro la fine di giugno, data per la quale è atteso il <strong>decreto DigItalia</strong>, frutto del lavoro della Cabina di regia interministeriale formata da esperti e tecnici del Ministero dello sviluppo economico, Ministero per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Ministero per la coesione territoriale, Ministero dell&#8217;istruzione, dell&#8217;università e della ricerca e Ministero dell&#8217;economia e delle finanze, oltre al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri.<span id="more-1322"></span></p>
<p>Nata il 1° marzo, la Cabina di regia interministeriale ha avviato sei gruppi di lavoro tematici – <strong>Competenze Digitali, eCommerce, eGovernment e Open Data, Infrastrutture e Sicurezza, Ricerca e Innovazione, Smart Cities &amp; Communities</strong> – chiamati a confrontarsi sulle principali motivazioni che frenano e rallentano lo sviluppo della cosiddetta network society. A loro è stato affidato il delicato compito di individuare priorità e modalità di intervento, ossia le <a href="http://www.agenda-digitale.it/agenda_digitale/index.php/quale-la-strategia-italiana">strategie</a> capaci di creare sviluppo e crescita grazie all’economia digitale. Se l’analisi di contesto era già stata compiuta a livello europeo, dove erano state censite criticità multidimensionali, le idee non potevano emergere nel chiuso dei tavoli di lavoro. In particolare, se al centro del dibattito vi è il digitale nell’epoca delle reti sociali. Parte da qui l’idea di coinvolgere gli utenti delle Rete attraverso una piattaforma di collaborazione online. Si tratta di <a href="http://adi.ideascale.com/">Ideario</a>, il progetto lanciato a fine aprile dal Miur e chiuso lo scorso 24 maggio.</p>
<p>Il successo dell’iniziativa è testimoniato dai <a href="http://daily.wired.it/news/politica/2012/06/19/ideario-agenda-digitale-rapporto-finale-34675.html#content">numeri</a>: <strong>343 idee, 11mila voti e 2mila commenti</strong>. A raccogliere il 60% delle proposte sono stati i gruppi <strong>Competenze digitali e eGovernment e Open Data</strong>, dove a tenere banco è la certificazione dei profili professionali, l’accesso alla banda larga come diritto universale, la semplificazione dei processi di autenticazione, l’obbligo per gli enti locali di pubblicare online i propri bilanci. Eppure lo spunto più interessante arriva dall’ultima area, quella dedicata alle <strong>Smart cities &amp; communites</strong>. Si tratta del progetto <a href="http://adi.ideascale.com/a/dtd/GREEN-GEEK-SCHOOL-EDUCATION/131023-18808">Green Geek School Education</a> (acronimo GSE), dove <strong>democrazia e cittadinanza fanno rima con l’educazione degli “smart citizen”</strong>. GSE si ispira alle teorie di Palfrey e Gasser, autori del libro “Nati con la Rete” (2009): “Internet offre ai giovani un nuovo modo di impegnarsi nelle questioni pubbliche che unisce la politica con la cultura, il senso civico, e la tecnologia. Inoltre dà modo alla creatività̀ dei nativi digitali di influenzare la politica”.</p>
<p>Come fare? Attraverso un <strong>progetto educativo</strong> rivolto agli studenti delle scuole medie superiori, nel quale <strong>far conoscere e sperimentare pratiche di cittadinanza digitale per renderli attori formati e consapevoli, capaci di fare la loro parte nella costruzione del bene comune</strong>. GSE è stato sperimentato con successo in 5 scuole della provincia di Varese, dove nel corso di incontri frontali multidisciplinari sono state affrontate diverse tematiche: storia, funzionamento e strutturazione d&#8217;Internet, teoria dei cicli economici, le prospettive future della rete a livello globale, locale e iper locale, prospettive economiche dell’IT italiano, startup, net neutrality, digital divide, città intelligenti e politiche pubbliche wiki. Solo così si potrà fare in modo che quei futuri cittadini che oggi hanno 8, 10, 13, 15 anni, che sono always on, sempre connessi alla Rete, riescano a sperimentare a scuola pratiche di cittadinanza digitale e a tornare a casa, stimolando i loro fratelli, genitori e nonni <strong>a prendere la parola e a partecipare a questa nuova Italia digitale</strong>.</p>
<p>Nell’Italia della crisi, bisognerebbe cogliere il senso positivo di questo termine. La possibilità di discernere, giudicare, valutare. Perché la crisi possa trasformarsi in un’occasione di miglioramento, riscoperta, rinascita.</p>
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		<title>Twitter verso Facebook 1-0. Almeno in TV.</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 14:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Barbara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[tematiche]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo giornalisti e critici televisivi, la “convergenza” tra tv e social network è ciò che distingue un programma nuovo da uno di vecchia concezione. Lo spettatore moderno guarda con un occhio lo schermo del pc, o del tablet, e con l&#8217;altro quello della televisione. E vuole far sentire la sua voce, intervenire, porre domande, commentare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/twitter.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1314" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/twitter-300x270.png" alt="" width="300" height="270" /></a>Secondo <a href="http://webtv.festivaldelgiornalismo.com/doc/1434/toda-tv-cambia-social-network-e-nuovi-format-della-politica-in-tv.htm">giornalisti e critici televisivi</a>, la “convergenza” tra tv e social network è ciò che distingue un programma nuovo da uno di vecchia concezione. Lo spettatore moderno guarda con un occhio lo schermo del pc, o del tablet, e con l&#8217;altro quello della televisione. E vuole far sentire la sua voce, intervenire, porre domande, commentare, votare (nel caso dei talent), interagire con il conduttore e i suoi ospiti.</p>
<p>Tra i vari social networking, il più presente sui teleschermi però non è Facebook. Indubbiamente commenti e conversazioni presenti sul famoso social creato da Mark Zuckerberg condizionano lo sviluppo dei palinsesti spesso determinando le decisioni degli stessi produttori, ma a parte il caso di voto interattivo dentro reality e talent show, le pagine di Facebook non ”dialogano” con le trasmissioni in onda. La loro influenza, per quanto pesante, vive esternamente allo schermo TV.</p>
<p><span id="more-1312"></span></p>
<p>È un problema di dimensioni e di filtro editoriale. L’interfaccia grafica di Facebook è ottimizzata per la fruizione online, non si presta a coesistere con le immagini di un programma TV, perché ruberebbe troppo spazio. Inoltre non è semplice effettuare una ricerca in tempo reale tra i commenti pubblicati dagli iscritti.</p>
<p>A imporsi oggi come social “televisivo” per eccellenza è, invece,Twitter. Tweet e hashtag sono brevi ed essenziali, e non invadono lo schermo: al massimo 140 caratteri per un tweet, poche lettere e un # per creare un hashtag. Esistono decine di strumenti con cui una redazione può selezionarli in tempo reale e decidere di metterli in onda.</p>
<p>Pioniera in questo senso, nella tv italiana, è stata nel 2011 la trasmissione<strong><em> Exit: Uscita di sicurezza </em></strong>su La7, il primo programma di un’emittente generalista della Penisola a mostrare regolarmente tweet in sovraimpressione. Sebbene la conduttrice, Ilaria D’Amico, non commentasse in studio i messaggi diffusi nel sottopancia, l’invito a unirsi all’hashtag #exitla7 per discutere la puntata insieme alla redazione di @exitla7 (e, con un pizzico di fortuna, apparire re-twittati a video) era battente e metodico.</p>
<p>Oggi l&#8217;uso più massiccio dei tweet in diretta è in <strong><em><a href="http://www.la7.it/piazzapulita/">Piazzapulita</a></em></strong>, il talk show di Corrado Formigli in onda su La7. I tweet degli spettatori appaiono in sovrimpressione nel cosiddetto “sottopancia” e hanno una funzione di commento in diretta di ciò che accade in studio. Gli effetti sono sorprendenti. Quando la puntata ha un contenuto politico forte, e i toni si alzano, può capitare che l&#8217;onorevole di turno sia letteralmente preso in giro da uno o più tweet mentre sta parlando.</p>
<p>Diverso il caso di <strong><em><a href="http://www.agora.rai.it">Agorà</a></em></strong>, il talk mattiniero in onda su Raitre e condotto da Andrea Vianello. Twitter in questo caso è usato principalmente come fonte per dare notizie o riportare commenti che possano fare discutere. La redazione tiene sotto monitoraggio i social network, con un occhio di riguardo a profili di giornalisti e politici. All&#8217;interno della trasmissione si aprono spazi per leggere i tweet, mostrati anche in video e può capitare quindi di intercettare un tweet maggioranza scritto dagli stessi politici, poi ripreso da tutti i quotidiani del giorno seguente.</p>
<p>Ciò che colpisce in questo caso è che un programma trasmesso in una fascia oraria ritenuta in genere appannaggio di un pubblico poco tecnologizzato, abbia un così forte ritorno nei social network, al punto da figurare spesso a fine giornata tra i trend topic italiani.</p>
<p>Si tratta di un segnale importante: forse l’uso dei social network si sta diffondendo anche in un pubblico non più giovanissimo, che sfrutta il connubio tra Twitter e tv per esprimere la propria opinione su tematiche politiche ed economiche fondamentali.</p>
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		<title>Facebook, le mille e una ricerca</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 16:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara</dc:creator>
				<category><![CDATA[Analisi]]></category>
		<category><![CDATA[Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella storia della Rete, ma anche in quella della società degli ultimi anni, Facebook può essere considerato una sorta di spartiacque. Da quando è nato, o meglio da quando si è diffuso, tutte le relazioni, le notizie, i fenomeni culturali e non passano per il social network di Zuckerberg. Inutile dire che sia diventato oggetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Facebook1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1102" style="margin: 5px" src="http://www.cultur-e.it/blog/wp-content/uploads/2012/05/Facebook1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Nella storia della Rete, ma anche in quella della società degli ultimi anni, <strong>Facebook </strong>può essere considerato una sorta di spartiacque. Da quando è nato, o meglio da quando si è diffuso, tutte le relazioni, le notizie, i fenomeni culturali e non passano per il social network di Zuckerberg.<br />
Inutile dire che sia diventato oggetto di <strong>ricerche, sondaggi e analisi di vario genere</strong>, che spaziano su diversi ambiti.</p>
<p>Quello dei sentimenti e degli stati d’animo è sicuramente uno dei più esplorati: una recente analisi afferma che <strong>gli aggiornamenti di stato sul social network sarebbero uno specchio del nostro livello di depressione</strong>. Soprattutto tra i giovani: un’indagine effettuata dall’università di Washington su 200 studenti iscritti a Facebook e altre reti sociali ha rilevato che un aggiornamento su tre mette in evidenza sintomi collegabili alla depressione. Frasi tristi, status che esprimono angoscia, link a notizie di cronaca sarebbero i sintomi del malessere. Per questo, è fondamentale che genitori e amici leggano con attenzione quanto pubblicato su Facebook per aiutare eventualmente i ragazzi in difficoltà.<span id="more-1099"></span><br />
Ma se in alcuni casi “postare” su Facebook è un modo per esprimere un disagio, in altri potrebbe essere <strong>fonte di gratificazione e piacere</strong>, paragonabili a quelli provocati dal sesso. Lo affermano due neuroscienziati dell’università di Harvard: ogni utente dedica a se stesso l’80% dei discorsi fatti sul social network, una percentuale nettamente superiore rispetto alla vita “reale” (dove la percentuale è del 30-40%).<br />
Per gli studiosi, condividere pensieri ed emozioni attiva la produzione di dopamina, neuro ormone rilasciato dal cervello, quando è sottoposto a stimoli che producono motivazione e ricompensa, come cibo, sesso, stupefacenti o…post su Facebook.<br />
In generale, il social network più famoso al mondo farebbe bene anche all’<strong>umore</strong>: la ricerca, questa volta nazionale, condotta su 30 soggetti durante tre minuti di navigazione, rileva come Facebook ci renda più rilassati e soddisfatti, mettendoci di buonumore. Secondo lo studio, insomma, la presenza sulle reti sociali porta al benessere fisico e psicologico.</p>
<p>Inutile dire, poi, che <strong>quello che postiamo su Facebook contribuisce a creare la nostra immagine, rendendoci più o meno simpatici agli altri utenti</strong>. Un’ennesima ricerca, pubblicata da un’azienda leader in raccolta dati e consulenza marketing, ha individuato un elenco di “atteggiamenti” da evitare quando si interagisce sul social network. Tra questi: scrivere troppo di politica, utilizzare un linguaggio volgare, mostrarsi spesso tristi, pubblicare foto sexy o in situazioni equivoche.</p>
<p>Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Una cosa è certa: quando si cita la rete sociale più popolare al mondo si può dire tutto e il contrario di tutto.  Ma, ormai, non si può più fare a meno di parlarne. Probabilmente perché Facebook è parte della nostra vita: ognuno di noi ci passa mediamente circa 700 milioni di minuti al mese.</p>
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