Tag ‘blog’

lavoro2A dieci anni è già vecchio. Il blog, così come lo conosciamo, sta progressivamente perdendo terreno rispetto alle possibilità relazionali offerte dal Web 2.0. A conferma di questa tendenza, che vede il predominio assoluto dei social network sul diario on line, arriva una ricerca del Pew Internet and American Life Project condotta su 2.253 americani tra i 18 e i 29 anni e su 800 giovanissimi tra i 12 e i 17 anni. I dati parlano chiaro: teenagers e trentenni preferiscono aggiornare il proprio status su Facebook o connettersi attraverso dispositivi mobili e wireless, per inserire contenuti immediati e veloci, piuttosto che scrivere un post lungo e impegnativo, con un sistema macchinoso, complicato e prolisso. Il diario, la pagina dove lasciare un pensiero, una riflessione a sé stante sui più disparati argomenti si sta esaurendo. (continua…)

Tag cloud del testo di questo post

Tag cloud del testo di questo post

Anche la Rete è suscettibile alle mode. Una delle più seguite negli ultimi tempi consiste nel disseminare blog, siti e portali di tag cloud, una forma di visualizzazione dei dati che mostra un gruppo di parole di grandezza differente.

I tag più usati hanno un font più grande, quelli meno usati un font più piccolo. Lo scopo è dunque quello di pesare la grandezza delle parole in base alla loro frequenza, in modo da visualizzare, colpo d’occhio, quali tag vadano per la maggiore . Oltre alla grandezza, le parole possono essere organizzate in ordine alfabetico, per similarità semantica, oppure casualmente. Le voci sono di solito link che portano ad un elenco di oggetti collegati a quella voce.

Non si sa di preciso chi abbia inventato questo sistema. Secondo la versione inglese di Wikipedia il primo ad utilizzare le tag cloud è stato lo scrittore canadese Douglas Coupland nei cosiddetti “subconscious files” del suo romanzo Microservi, ma la pagina in questione non è più raggiungibile. (continua…)

NewScotlandYardSentenza storica in Inghilterra: chi ha un blog non gode del diritto di mantenere anonima la propria identità. Il caso del misterioso detective “NightJack”

Dopo questa sentenza, in giro per la Rete ci saranno molti meno NightJack. L’Alta Corte di Londra ha stabilito che un blogger non gode del diritto di mantenere anonima la propria identità. Di recente si è espressa sul caso NightJack, ovvero il 45enne detective inglese Richard Horton che, fino a qualche mese fa, ha raccontato nel suo blog – da insider di primo piano – esperienze, casi scomodi, avventure e riflessioni relative al proprio lavoro quotidiano di poliziotto. (continua…)

Le mamme blogger scrivono la sera tardi, quando i bambini sono a letto o la mattina presto, prima che si svegli la truppa familiare. Hanno aperto un blog per uscire dalla solitudine del post parto, lasciare un ricordo ai propri figli e esercitare la propria passione per la scrittura.

Le mamme sono da sempre un segmento di mercato interessante: filtrano le informazioni, le condividono, le commentano e le trasmettono già da prima della nascita di Internet. Lo fanno da sempre all’uscita dell’asilo, mentre aspettano i propri bambini. Ma chi sono, e quante, le mamme blogger d’Italia? E perché aprono un blog?

A queste domande ha tentato di rispondere una ricerca, presentata alla Bocconi di Milano, sullo stato dell’arte dei blog tematici dedicati alla maternità e alla cura dei figli in Italia. Partendo da 250 blog e 20 interviste da cui sono stati tratti i primi risultati, Fattore Mamma e Ask hanno indagato per alcuni mesi il fenomeno. (continua…)

Da una ricerca di Hotwire Ipsos MORI su un campione di utenti europei, è emerso che 25 milioni di persone in età adulta, dopo avere letto recensioni pubblicate sul web, hanno cambiato opinione circa un’azienda e i suoi prodotti e servizi. Inoltre, un terzo degli intervistati (34%) ha ammesso di essere stato influenzato nelle scelte d’acquisto di un prodotto o servizio dopo aver esaminato le recensioni e i pareri di altri consumatori.

Un quarto del campione (24%), poi, considera i blog una valida e stimata fonte di informazione, ritenendola più affidabile della pubblicità in televisione (17%) dell’e-mail marketing (14%) ma meno dei giornali (30%). Utenti ormai smaliziati, in grado di gestire con semplicità e attenzione le diverse fonti d’informazione, confermano l’importanza della prima regola del marketing: “consumer is the boss”.

Ad esempio, qualche tempo fa, in Rete, è comparso un video che mostra come aprire il lucchetto prodotto da una nota marca americana, utilizzando una comunissima penna biro. In pochi giorni il filmato ha fatto il giro del web, con le relative conseguenze sulla reputazione dell’azienda e sulle vendite del prodotto. (continua…)

Puoi essere stato accusato di sette omicidi, aver fatto una settantina di rapine, quattro sequestri di persona e vari tentativi di evasione. Ma da dietro le fredde sbarre di una prigione è sempre un sentimento duro e puro quello che ti fa bruciare l’animo e ti accomuna a migliaia di disgraziati: è l’ansia di essere amati da qualcuno.

Sarà per questo che persino il più celebre malvivente italiano degli anni ’70 – tal Vallanzasca Renato, nato a Milano nel lontano maggio del 1950, dietro le sbarre da 38 anni per scontare una condanna a quattro ergastoli e 260 anni – ha sentito l’impulso di abbracciare la tecnologia del terzo millennio per raccontare le sue verità. E sentirsi meno solo.

Oltre al blog di Vallanzasca, nato qualche mese fa per interposta persona (dato che i detenuti non possono connettersi alla Rete), sono numerosi in Italia i siti web che raccontano le storie di chi è detenuto. Per motivi di sicurezza, internet è tuttora interdetto nelle carceri italiane. La ragione di questa limitazione è che, a differenza della posta ordinaria, la Rete non permette all’amministrazione carceraria di operare un controllo sui contenuti dei messaggi in ingresso e in uscita. (continua…)

Globalizzazione o protezionismo? È questo, negli Usa, il dilemma che divide il mondo dell’informatica. Una questione tanto urgente da richiedere una manifestazione di intenti anche ai candidati alla Casa Bianca. Ma le opinioni politiche e quelle delle forze sociali, seppur con diverse gradazioni, sono tutte orientate a proteggere i confini di un Paese che è stato teatro della rivoluzione elettronica e culla della globalizzazione.

Ad aprire il dibattito, all’inizio di quest’anno, è stato il documento inviato al Congresso degli Stati Uniti d’America dalla Software & Information Industry Association (la principale organizzazione nazionale dei produttori di software e contenuti digitali, editoria compresa). Nel report si chiedeva ai parlamentari di sostenere l’industria high tech attraverso una riforma della legge sull’immigrazione e il riassetto del sistema scolastico.

La SIIA ha voluto inoltre richiamare l’attenzione sul ruolo trainante che l’industria IT svolge per l’economia americana. Un settore, che in termini di redditività, è superiore alla filiera alimentare: nel 2006 ha dato un impiego a 2.7 milioni di persone, mentre dal 1997 ad oggi l’offerta di lavoro è cresciuta del 17%. Ma l’associazione ha anche registrato un calo nella domanda di lavoro nell’IT, manifestatosi con un crollo delle iscrizioni da parte dei giovani cittadini americani alle facoltà di ingegneria, matematica e informatica. (continua…)