La cultura, l’istruzione e la conoscenza sono sempre più fruibili, accessibili e immediati. Secondo un sondaggio, Internet è la terza fonte di informazione per gli americani, dopo le stazioni televisive locali e nazionali.
Sulla Rete cambia il modo di leggere le notizie e di approcciarsi alla lettura. Infatti anche i libri, simbolo per eccellenza di una saggezza che si tramanda, sono minacciati sia dallo sviluppo di alcuni social network (ad esempio Issuu che permette di leggere testi anche integrali) sia dai loro nemici diretti: gli e-book. Non a caso in America tre mesi fa, gli e-book hanno superato i libri nelle vendite: Amazon, il popolare on-line store, produttore dell’e-book reader Kindle, ha battuto per la prima volta le librerie tradizionali.
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Fantasia e smisurato senso di condivisione. Sono queste le caratteristiche di molti giovani artisti, capaci di promuoversi su YouTube, grazie al successo delle piattaforme di video sharing, alla rivoluzione digitale e quindi la diffusione delle tecnologie di ripresa audio\video.
Tanti cantautori e band emergenti aprono i loro account su Myspace, il social network per musici e musicofili. Artisti come Kina Grannis, Pomplamoose (Jack Conte e Natalie Dawn) e Juilia Nunes credono invece che il linguaggio audiovisivo e la più grande video community al mondo possano rendere la fruizione delle loro musica un’esperienza diretta e altamente coinvolgente.
I numeri parlano chiaro: le visualizzazioni totali dei loro video superano i 30 milioni. Julia Nunes dal 2006 ha ottenuto 31.106.519 di visualizzazioni video e 144.202 iscritti al canale. Kina Grannis iscritta dal 2007 conta 33.098.123 di visualizzazioni video e 127.781 iscritti. I Pomplamoose dal 2008 hanno raggiunto 11.694.587 di visualizzazioni video e 75.053 iscritti al canale.
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Quanto valgono le informazioni che ogni giorno vengono pubblicate dagli utenti dei social network? E quanto possono incidere sulla vita reale, al di fuori di Internet? Tutto ciò che condividiamo in Rete ha un “peso” maggiore di quello che si crede. Consideriamo, per esempio, l’eco che ha avuto in Italia il caso del gruppo anti-Berlusconi su Facebook. Uno tra i tanti che ogni giorno vengono aperti sul noto social network, ma dal titolo inquietante: “Uccidiamo Berlusconi”.
In seguito il suo fondatore ammetterà che si trattava solo di una provocazione, sufficiente, tuttavia, ad alzare un vespaio sull’uso diffamatorio di Internet e addirittura per parlare di Facebook come mezzo di reclutamento per terroristi. Risultato: gruppo chiuso e probabili guai giudiziari per il fondatore. Ma questo non è che l’ultimo di una serie di casi che hanno sollevato la questione su come comportarsi su Internet e su cosa sia giusto rendere pubblico.
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