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social_300x200Rispetto agli Stati Uniti rimaniamo molti passi indietro nella ricerca delle notizie sul web, preferendo i mezzi tradizionali come la tv. Siamo però simili agli americani nel modo di navigare. È quanto emerge dalla ricerca “Le news e gli italiani: dalla carta stampata, alla rete, al mobile” condotta da LaRica, il laboratorio di ricerca sulla comunicazione avanzata dell’Università di Urbino.

Dall’indagine – che ha offerto una panoramica delle principali fonti di informazione degli italiani, delle loro preferenze e comportamenti in relazione al mondo dei media – risulta che ancora oggi, sono i media tradizionali a dominare la scena italiana. La televisione si afferma il mezzo di informazione più utilizzato (90,8%) e quello considerato più influente nella formazione delle opinioni (62,1%). (continua…)

newsMentre non accenna a placarsi la battaglia fra aggregatori di notizie (Google News in testa) e il magnate dell’editoria Rupert Murdoch, non sono pochi quelli che scommettono sul trionfo del Web a scapito delle testate editoriali, convinti che i mezzi di informazione di domani si presenteranno sempre meno come una redazione e sempre di più come una piattaforma che raccoglie e ridistribuisce l’informazione.

Difficile dargli torto, visto che il quadro generale è molto cambiato rispetto a qualche anno fa e la macchina dell’informazione vede dati di diversa natura (testo, immagine, suono, video ma anche link e metadati) provenienti da fonti multiple, entrare da un lato ed uscire dall’altro verso destinazioni diverse: siti, flussi RSS, widget, cellulari, stazioni dei trasporti pubblici, e anche radio, tv, carta….
Il centro nevralgico di questa architettura dei media basata su aggregatori di notizie e giornalismo partecipativo non è più la redazione, con la sua collezione di firme di giornalisti, ma piuttosto la “torre di controllo” che supervisiona la gestione complessiva di questi flussi.

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220Nel circo dell’informazione americana è schioccato come una frustata l’allarme lanciato dal direttore di Businessweek.com, John Byrne: “I media non sono in recessione, ma in uno stadio avanzato di profonda depressione”. A rincarare la dose è stato poi Jeff Howe di Wired: “Una volta ero solito scherzare sul declino della mia professione, ma adesso questo non è più un gioco”. A raccogliere le loro impressioni sul futuro della stampa tradizionale è stata la rivista Internetnews, con un articolo dal titolo emblematico: Il Web ucciderà e salverà il giornalismo.

Un processo irreversibile, secondo i due esperti, che può essere portato a termine solo in un modo: “Considerando il racconto dei fatti come un focolare intorno a cui coinvolgere i lettori in una conversazione”, afferma Byrne. Ma non basta. I giornali tradizionali, anche quelli con una consolidata esperienza on line, dovrebbero promuovere i loro contenuti attraverso tutti i mezzi che la Rete mette a disposizione, come i social media ad esempio. Mentre invece, come accade al Wall Street Journal, a giornalisti e dipendenti è severamente vietato l’uso di Twitter. (continua…)

Da fine gennaio l’Italia non ha più un giornale satirico a tiratura nazionale. Di sicuro non è il principale problema di questo Paese. Ma è un fatto che può far riflettere. Potrebbe essere il segnale di una società che non sa più sorridere sui potenti. Una componente del carattere nazionale che esiste da millenni e che sembra venire meno proprio quando i mezzi di comunicazione stanno conoscendo la massima diffusione e varietà. E se invece la satira su carta – vessata dalle leggi di mercato e dalla censura – stesse soltanto anticipando un fenomeno che investe i media tradizionali: la migrazione on line?

Sul piano storico, la conferma che la satira non è mai morta è arrivata dalla mostra tenuta lo scorso mese di ottobre alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma: “L’altra storia 1848-1948. Un secolo di stampa satirica italiana. Dallo Statuto Albertino alla Costituzione repubblicana”. Impressionante il numero delle pubblicazioni satiriche nel periodo preso in considerazione: 55 solo nel 1848, tra cui L’Arlecchino di Napoli (il più antico d’Italia) e Il Fischietto di Torino, ispirato da Cavour. Già nel 1861 si arriva a quota 70 e addirittura 450 tra il 1862 e 1915. Per scendere a 200 dal 1919 al 1948. (continua…)