I social network esercitano un’attrazione particolare sulle donne, almeno secondo quanto afferma una recente ricerca del Pew Internet and American Life Project, progetto del Pew Research Center, centro di ricerca americano su tematiche e tendenze sociali.
Secondo lo studio, riferito al 2010, il 69% delle donne intervistate naviga, infatti, quotidianamente su Facebook, Twitter e altri social network, rispetto al 60% degli uomini. La tendenza è ancora più evidente se si dà un’occhiata ai dati relativi a Facebook: il 18% delle componenti del gentil sesso aggiorna il proprio status sul social network diverse volte al giorno, contro l’11 degli uomini, il 25% di esse commenta quotidianamente post e stati altrui, contro il 17% della controparte maschile e, infine, il 13% fa commenti a foto giornalmente, in confronto al 4% degli utenti di sesso opposto. Inoltre, va detto che non ci sono significative differenze di razza, origine etnica, reddito familiare e livello di istruzione, così come non cambia molto la frequenza d’utilizzo dei social network a seconda se si vive in un ambiente urbano o rurale. (continua…)
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Sul Web è argomento di discussione e interrogativi. Conosciuto da poco tempo dagli internauti italiani, Quora, il social network ancora in cerca di una vera definizione, fa parlare molto di sé. Nato da un’intuizione di Adam d’Angelo, (ex chief technology officer di Facebook), questa nuova “realtà 2.0” trova il suo punto di forza sulle domande formulate dagli utenti. Ciascun registrato può infatti scrivere un quesito su un argomento che vuole approfondire e chiunque può rispondere. Una via di mezzo tra un forum – in quanto le domande generano discussioni – e un aggregatore di interrogativi, questa nuova piattaforma, dopo pochi mesi, vanta gli interventi di alcuni volti noti come Bret Taylor, tra i fondatori di Friendfeed, chiamato in causa a spiegare perché in America, il social network da lui progettato sta “perdendo quota”. Al contrario di Yahoo Answers o LinkedIn Anwers, Quora si definisce come «un insieme in continuo miglioramento di domande e risposte, creato, curato e organizzato dai suoi stessi utilizzatori». Una sorta di ecosistema che per sopravvivere non ha bisogno di altro al di fuori degli utenti/consumatori. Insomma, è la forza del crowdsourcing che permette di superare le tradizionali fonti della conoscenza, utilizzando i contenuti generati dalla community.
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I social media svolgono sempre più spesso un ruolo importante nel modo in cui le organizzazioni benefiche affrontano i grandi problemi locali e globali. Dalla American Red Cross, che per aiutare Haiti nel post-terremoto ha utilizzato gli strumenti del Web e della telefonia per raccogliere 5 milioni di dollari, al microcredito di Kiva, che non esisterebbe senza il concetto del social networking, tutti cercano nuovi modi di ‘sposare’ le Reti sociali. Ecco di seguito alcune tendenze – individuate dagli esperti del noto blog Mashable – su come gli strumenti 2.0 vengono utilizzati per promuovere i cambi positivi nel mondo.
Crowdsourcing
È uno dei termini più di moda al momento, e si riferisce allo sviluppo di un progetto da parte di un insieme distribuito di persone non organizzate in un team. Un esempio è l’iniziativa dell’organizzazione 350.org, che qualche tempo fa ha deciso di organizzare una manifestazione per ricordare al mondo la necessità di limitare le emissioni di CO2. Ma invece di stampare cartelloni e volantini da attaccare sulle pareti o da distribuire, gli organizzatori hanno pubblicato una semplice ‘call to action’ sul loro sito, condividendola e creando il passaparola tramite i social media.
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