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231Tutto è iniziato ufficialmente nel 2008 con la corsa alla presidenza degli Stati Uniti. E per merito di Barack Obama, che ha sbaragliato i concorrenti (anche quelli interni al Partito Democratico) grazie a Internet. Una svolta non da poco, visto che fino alla precedente tornata elettorale la proiezione in Rete della campagna era vissuta soltanto come una doverosa copertura mediatica: c’erano i discorsi dei candidati (in inglese e spagnolo, per accattivarsi il consenso della numerosa comunità ispanica), le tappe dei comizi e poco altro.

I sostenitori di Obama invece, fin dalla sua discesa in campo, hanno attivato – come movimento politico dal basso – una batteria di siti dove l’obiettivo era quello di raccogliere i finanziamenti alla campagna e coinvolgere i cittadini su temi specifici di discussione: lavoro, economia, politica militare, ecc. Un’azione trasversale che ha permesso al candidato di intercettare allo stesso tempo il voto di protesta (legato più che altro alla crisi) e il determinante consenso della classe media. Cosa è successo invece nel resto mondo? (continua…)

google_facebookUna community on line non dura per sempre: dopo aver raggiunto l’apice del successo generalmente inizia il suo declino. Alcune spariscono senza quasi lasciare traccia, altre rimangono attive ma senza l’appeal di una volta. È sempre andata così nella storia di Internet: prima è toccato alle Bullettin Board System (BBS), poi ai Newsgroup e ai Forum, alle chatroom della rete IRC (ah, caro vecchio Mirc! ndr) e adesso ai social network. Aggiungerei anche Second Life, dove si scriveva di meno e ci si muoveva di più, ma in fondo si trattava sempre di una grande comunità on line, un immenso spazio di aggregazione da vivere in 3D. Il destino delle community potrebbe essere paragonato a quello delle discoteche cult, tipo lo Studio54: diventano famose e per diversi anni tutti sgomitano per entrarci ma dopo un po’ perdono attrattiva, le persone si spostano altrove in spazi più belli e nuovi, e quelli che restano sono gruppi di nostalgici e fedelissimi.

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Che volto ha l’Italia del download? Quali sono le sue caratteristiche e, soprattutto, come ha influito la possibilità di scaricare musica dalla rete sui consumi audio-video tradizionali? Nel 2007 la Fondazione Einaudi ha provato a dare una risposta a queste domande pubblicando una ricerca condotta su un campione di 1600 utenti per indagare, per la prima volta, quali siano le dinamiche dei consumo di contenuti digitali nel nostro Paese (nell’immagine, un dettaglio della copertina del report).

In primo luogo, lo studio ha potuto dare una stima delle dimensioni del fenomeno: sul totale del campione, circa il 67% degli utenti non scarica contenuti dalla rete, mentre il 7% acquista musica on line a pagamento. Il restante 25% degli intervistati, infine, costituisce quello che potremmo definire il vero focus della ricerca: gli utenti che utilizzano  programmi di file sharing per condividere e scaricare gratuitamente tracce audio e video da internet.

Proviamo, servendoci dei numeri, a dipingere un ritratto di questo gruppo di navigatori: si tratta perlopiù di studenti, di età compresa fra i 15 e i 24 anni, residenti prevalentemente al sud, in piccoli comuni e, naturalmente, dotati di un’elevata competenza tecnologica. Inoltre, la ricerca sottolinea anche una lieve differenza di genere: a scaricare musica dalla rete sono soprattutto gli uomini (64% del campione) il che, secondo gli autori,  sembra confermare un’ipotesi di “gender divide”, per la quale il sesso maschile sarebbe più propenso all’utilizzo della tecnologia rispetto a quello femminile. (continua…)