Il secondo appuntamento di Spazi Sensibili a cura di Cultur-e e Loft Canova, dal titolo “Il Museo ecosistema”, è dedicato al museo nelle sue molteplici dimensioni: istituzione, spazio pubblico, dispositivo relazionale e progetto diffuso. Un luogo in continua evoluzione, che non si esaurisce nello spazio fisico, ma si estende, si ibrida, entra in dialogo con la città, le comunità e i territori, fino a ridefinire il proprio perimetro e la propria funzione.
Al centro della riflessione, l’avvenuto passaggio del museo da luogo di visita tradizionalmente inteso, vocato alla produzione culturale, alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio, a museo come “esperienza”, chiamato a farsi spazio di attivazione, laboratorio di cittadinanza, luogo della sperimentazione e dell’innovazione.
Oggi il museo si fa ecosistema dai confini sempre più permeabili, oltre la dimensione fisica e quella digitale, per evolversi in un sistema di relazioni aperto e dinamico. Ed è proprio nella sua capacità di stare in questa tensione tra lo stabilizzare e il trasformare, tra il custodire e l’aprire, che si generano nuove possibilità.

La discussione affronta dimensioni complementari. La dimensione dei Musei civici, chiamati oggi a ripensare il proprio rapporto con la cittadinanza attraverso modelli più accessibili, inclusivi e partecipativi. Non più luoghi percepiti come separati dalla vita quotidiana ma spazi capaci di entrare nelle pratiche culturali delle persone, rafforzando il legame tra patrimonio, welfare culturale e diritto alla città. Da qui l’importanza del progetto museografico in quanto dispositivo narrativo che mette in relazione spazio, opere e persone, costruendo esperienze in cui architettura e patrimonio dialogano continuamente e ridefiniscono il modo in cui il visitatore attraversa, interpreta e vive il museo.
La dimensione delle esperienze museali nelle periferie urbane, dove il museo – anche per il tramite dell’arte – partecipa alla costruzione stessa della città, configurandosi come uno spazio plurale e partecipato, attraversato dalle differenze e aperto alle novità, volto a rompere la contrapposizione tra centro e aree marginalizzate, tra alto e basso.
Infine, la dimensione dei borghi e dei territori ai margini dove si afferma l’esperienza del museo diffuso. Percorsi concreti di rigenerazione che valorizzano le stratificazioni culturali e la memoria dei luoghi attraverso pratiche condivise e interventi site specific.
Sono le dimensioni che ridefiniscono il significato del museo oggi, intercettando nuovi bisogni, esigenze di innovazione, criticità strutturali e inedite forme di partecipazione, sollecitando le istituzioni nel tradurre questi modelli ed esperienze in politiche culturali e strumenti operativi, replicabili e sostenibili nel tempo.
Intervengono
Simone Capra | STARTT Studio di architettura e trasformazioni territoriali
Giorgio de Finis | Museo delle periferie e MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz
Ilaria Miarelli Mariani | Direzione Musei Civici della Sovrintendenza Capitolina
Pasquale Piroso | Loft Canova e Biennale dello Stretto
Modera
Claudia Pecoraro | Museologa e curatrice
INFO
Quando: 11 giugno – ore 18
Dove: Via delle Colonnette, 26/A – Roma
Con aperitivo di networking
Ingresso libero
Lo spazio di lavoro non può più essere solo funzionale. Deve essere identitario, generativo, capace di creare senso di appartenenza e relazioni profonde con il territorio.
È il messaggio emerso da “Abitare il brand“, il primo appuntamento di Spazi Sensibili, il progetto co-ideato da Cultur-e e Loft Canova dedicato all’evoluzione della progettazione degli spazi del lavoro, della cultura e della città. Il dibattito ha affrontato il tema del tramonto dell’azienda novecentesca — quella che si fonda sulla separazione fra il “dentro” e il “fuori” — e la necessità di abbracciare un nuovo paradigma: il design multidimensionale che considera le organizzazioni come ecosistemi aperti.

Oltre il welfare: ripensare l’organizzazione come organismo vivente
L’esplorazione è partita dai nuovi bisogni post-pandemici. Antonio di Stefano (Peoplerise) ha posto una domanda scomoda: il benessere dei lavoratori può ancora fondarsi su logiche individuali e opportunistiche? La risposta è no. In uno scenario sistemico segnato da una forte domanda di senso, l’organizzazione non può più essere considerata come un meccanismo che punta all’efficienza, ma deve essere pensata come un organismo vivente in continua evoluzione. Le imprese, come anche le istituzioni, hanno bisogno più di riti che di mezzi tecnici per essere vitali e generare interdipendenza e affinità tra le persone. E sono chiamate a esprimere una ragion d’essere e un’idea di futuro che devono guidare la realizzazione di spazi di lavoro capaci di generare ecosistemi.
La progettazione multidimensionale: l’ethos del brand diventa relazione
Portando il discorso sul design multidimensionale, Simona Battistella (Cultur-e) ha affermato la necessità di un cambio di paradigma nella progettazione degli spazi di lavoro. È necessario integrare fin dal principio la progettazione della dimensione fisica e virtuale (phygital design), con il disegno delle relazioni e le strategie di coinvolgimento della comunità sia interna che esterna (social & engagement design). Il risultato? La progettazione dello spazio di lavoro deve superare la concezione di “manifesto tridimensionale” che celebra l’identità del brand, e puntare alla creazione di ecosistemi di relazioni che si nutrono degli scambi fra “interno” ed “esterno”. Un esempio ne sono le tradizionali academy aziendali che evolvono in hub economico-culturali aperti alla comunità, o i musei aziendali che escono dai confini dell’organizzazione e diventano presidi culturali diffusi nel territorio.
Lo spazio di lavoro come borgo collaborativo: il caso Thesisquare
A partire dall’esperienza di Nemesi Architects, Susanna Tradati ha evidenziato il valore di una progettazione che supera la dimensione puramente funzionale per aprirsi al coinvolgimento del territorio locale. L’innovativo Campus realizzato per la Fondazione DIG421 di Thesisquare esemplifica come sia possibile realizzare un ecosistema capace di connettere business, servizi e spazi pubblici in dialogo con la comunità. Non più uffici verticali chiusi, ma un “borgo collaborativo” orizzontale, fortemente radicato nella cultura del territorio. La testimonianza in diretta di Marcella Brizio, Vicepresidente della Fondazione DIG421, ha poi chiarito come una committenza illuminata possa orientare lo spazio verso nuove forme di urbanità, dove il futuro del lavoro si ibrida con conoscenza e collettività.
La relazione fra impresa, spazio e comunità: una sfida collettiva
La discussione si è conclusa con una riflessione critica di Alfonso Femia (Atelier(s) Alfonso Femia) sul ruolo dell’architettura intesa come hardware che non può funzionare senza il suo software, ovvero l’attivazione dei processi identitari e culturali. E ha introdotto una differenza che fa riflettere: mentre chi lavora per un’azienda rischia di ripiegare nel verticismo, chi lavora per un’impresa si sente parte di una sfida collettiva orientata al futuro, mossa da desiderio e coraggio. Il progetto degli spazi di lavoro deve quindi nascere da una sfida che non può essere lasciata alla sola consapevolezza di una committenza illuminata, o essere piegata a logiche di budget prive di qualsiasi visione, ma deve evolvere in un nuovo metodo multidisciplinare che agisce fin dal principio con l’obiettivo di mettere nuovamente in relazione impresa, spazio e comunità.
Il dibattito sollevato da “Abitare il brand” restituisce una visione chiara: il futuro dei luoghi di lavoro risiede nella loro capacità di contribuire a creare ecosistemi aperti e partecipati. Solo quando lo spazio smette di essere un semplice contenitore e diventa una leva di crescita identitaria, allora è in grado di alimentare la vitalità dell’organizzazione e di generare un impatto sociale e un valore collettivo duraturi.

Quando un ente rinnova le proprie strategie comunicative, non aggiorna solo linguaggi e strumenti, ma ridefinisce il proprio rapporto con le persone, rafforzando reputazione e prossimità.
Per INPGI – Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani, abbiamo realizzato un progetto di comunicazione integrata pensato per accompagnare l’Ente in una fase di profonda trasformazione. L’obiettivo non era solo aggiornare il linguaggio e gli strumenti ma dare nuova forza alla sua voce pubblica, rafforzarne il posizionamento istituzionale e costruire una relazione più chiara, autorevole e contemporanea con giornalisti, stakeholder e cittadini.
Strategia, identità visiva, contenuti, lancio e gestione continuativa dei canali social hanno dato vita a un ecosistema coerente, capace di tenere insieme memoria, identità e futuro. Un percorso culminato, nell’anno del centenario, in un racconto ancora più vivo e partecipato.
Contesto
Dal 1926 INPGI è il punto di riferimento per la previdenza e l’assistenza dei giornalisti italiani. Una missione storica di tutela sociale che oggi si confronta con una nuova sfida: parlare in modo più efficace, vicino e autorevole ai propri pubblici, in uno scenario in cui la comunicazione istituzionale è chiamata a essere sempre più accessibile, trasparente e riconoscibile.
Da questa esigenza nasce un progetto strutturato, che ha preso il via con analisi di contesto, incontri e interviste ai referenti, fino alla definizione di una strategia di comunicazione integrata per il biennio 2025–2026, con obiettivi precisi in termini di governance, linguaggio e canali.
Attività
- Strategia di comunicazione
- Linguaggio di brand
- UX/UI design
- Publishing e social media design
- Coordinamento e supporto continuativo a contenuti, social e creatività
- Monitoraggio e analisi KPI
- Event design, management e promozione
- PR e ufficio stampa
Un ecosistema di strumenti e linguaggi condivisi
Il progetto è partito dalla definizione di un linguaggio di brand colto e contemporaneo, tradotto in un sistema visivo coordinato declinato con versatilità ed eleganza su tutti i touchpoint, online e offline.
Abbiamo trasformato la web identity e l’architettura informativa dei portali INPGI e INPGI Notizie attraverso template e framework di pagina capaci di tenere insieme trasparenza, accessibilità e chiarezza.
Lo stesso impianto è stato poi esteso ai materiali di comunicazione corporate – rapporti, brochure, locandine, inviti – e ai nuovi canali social, con la creazione di format grafici e rubriche pensate per rendere la presenza dell’Ente più riconoscibile e vicina alle persone.
A questo ecosistema, si è affiancata un’attività strutturata di ufficio stampa, articolata nella produzione di comunicati stampa, costruzione di media list qualificate e diffusione mirata alle principali testate nazionali e locali, sia generaliste che di settore. Un presidio continuativo delle relazioni con i media che ha contribuito ad amplificare la visibilità delle iniziative e supportare il posizionamento istituzionale dell’Istituto all’interno del dibattito pubblico.
Il centenario come esercizio di memoria civile
Per celebrare i 100 anni di INPGI abbiamo dato vita a un nuovo capitolo del progetto di comunicazione con “A schiena dritta. Tutelare il mestiere della libertà”, la mostra inaugurata a Roma il 24 marzo 2026 negli spazi della Fondazione di studi per il Giornalismo italiano Paolo Murialdi.
Dalla curatela all’allestimento fino a un’ingente campagna di promozione, l’esposizione compie un gesto simbolico potente: portare in primo piano chi, per mestiere, resta spesso dietro l’obiettivo. Un racconto che attraversa un secolo di giornalismo italiano: dai cronisti caduti in territori di guerra o per mano della criminalità organizzata a chi ha raccontato terremoti, processi, diritti e fratture del Paese. La mostra restituisce il giornalismo alla sua dimensione più viva: presenza, responsabilità, libertà.
Il progetto è stato amplificato da una ramificata campagna OOH grazie alla partnership con ATAC, trasformando il centenario in un racconto su scala cittadina.
A questo percorso si è affiancata la realizzazione e produzione del video celebrativo “1926-2026. Cento anni di tutela del giornalismo italiano”, pensato come un viaggio tra memoria e futuro: dalla nascita dell’Istituto agli anni della ricostruzione, dal consolidamento del sistema previdenziale fino alle sfide del giornalismo nell’era digitale.
News
Nel 2025, Cultur-e ha affiancato due affermate associazioni nel campo del teatro e delle performing art, Mitmacher e Zebra Cultural Zoo, nello sviluppo della comunicazione de Il Sesto Cerchio, il progetto culturale nato per accompagnare la città di Verona e la provincia di Sondrio verso i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026.
Contesto
Il Sesto Cerchio è un progetto multidisciplinare che utilizza teatro, danza e sport come leve per attivare i territori, le comunità e i pubblici interessati dalle Olimpiadi. Il programma, che propone spettacoli, performance, incontri, azioni urbane e attività educational, ha trasformato le due location in veri e propri attrattori culturali, sfruttando il suo grande potenziale relazionale e l’elevata partecipazione pubblica.
La sfida è stata quella di promuovere la pluralità di eventi, evidenziando nello stesso tempo i temi e i valori alla base del festival: attraversano il progetto, infatti, abbiamo dato vita a una narrazione accessibile e inclusiva che parlasse anche di condivisione, parità di genere, rispetto reciproco e sostenibilità.
Attività
- Visual Identity
- Content Strategy
- Social media & Engagement Strategy
- ADV Strategy
- UX & UI Design
- Web development
- Editorial design
- Creative Campaign
- Content Production
Promuovere i valori olimpici attraverso una strategia di comunicazione integrata
In fase strategica, Cultur-e ha definito le linee guida della comunicazione del progetto attraverso un approccio integrato e multicanale. Obiettivi, sistema valoriale, pubblici di riferimento, tone of voice e messaggi chiave sono stati messi a sistema per raccontare l’identità de Il Sesto Cerchio e il valore culturale del ricco palinsesto di eventi.
La Content & Social Media Strategy ha articolato il racconto del progetto lungo l’arco temporale definendo format, contenuti e frequenze editoriali. Parallelamente, la Engagement Strategy ha strutturato il coinvolgimento di partner, artisti e stakeholder locali. A completare il quadro, una ADV Strategy dedicata ha sostenuto le attività di visibilità digitale, con l’obiettivo di amplificare la portata del progetto e delle sue iniziative.
Sito web e canali social come strumenti di racconto e relazione
L’ecosistema digitale de Il Sesto Cerchio è stato progettato come uno spazio dedicato al racconto e alla relazione. L’interfaccia grafica del sito, sviluppata per desktop, tablet e mobile, ha creato un ambiente digitale chiaro, in grado di accompagnare l’utente nella scoperta del progetto, dei valori e del palinsesto.
Parallelamente, la Social Media Identity ha guidato la creazione e il setup dei canali Facebook e Instagram, insieme a format editoriali pensati per una gestione continuativa, autonoma e coerente con la Brand Identity.
Campagna di lancio e produzione dei contenuti
In continuità con la Brand Identity, è stata sviluppata la campagna di lancio, attraverso concept creativi, key visual e materiali declinabili sui canali digitali e offline. Manifesti, locandine, dépliant, programmi di sala – accanto a social card e stories –, hanno dato vita a un racconto visivo potente e carismatico. A supporto della campagna, la Content Production ha curato la realizzazione di contenuti multiformato, pensati per sostenere nel tempo la visibilità e il valore delle iniziative.
News
La gentilezza può essere una leva organizzativa?
Sì, quando diventa pratica quotidiana.
Nasce così il Manifesto del Linguaggio Gentile di Cultur-e, un vademecum che ci ricorda che la qualità delle relazioni dipende, prima di tutto, dal modo in cui ci parliamo. Perché lavorare stanca. Ma farlo con gentilezza aiuta.
Non è un esercizio retorico né un semplice codice di buone maniere.
È una presa di posizione culturale: un documento che traduce i valori in comportamenti concreti, dall’ascolto attivo al feedback che costruisce, dall’ironia che unisce al rispetto che non è mai opzionale.
Dieci punti, applicabili subito. Dieci promemoria che trasformano piccoli gesti in qualità relazionale.
Perché la gentilezza non è debolezza.
È responsabilità. È qualità del lavoro. È ROI positivo sulle persone.

È online il nuovo sito di Amiat, società del Gruppo Iren attiva nella gestione dei servizi ambientali per la Città di Torino. Il restyling è stato curato da Cultur-e, insieme a PwC Italia e CodeLand, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza digitale degli utenti e facilitare l’accesso alle informazioni sui servizi ambientali offerti ai cittadini.
Il nuovo sito si distingue per un web design moderno e responsive e per una navigazione chiara e intuitiva, progettata per accompagnare l’utente verso i contenuti di maggiore interesse. Oltre al restyling grafico, l’architettura dell’informazione è stata completamente ripensata per mettere i servizi al centro, semplificando i percorsi di consultazione e riducendo la complessità della navigazione.
Il portale diventa così un hub informativo dedicato ai servizi ambientali: dai centri di raccolta alle indicazioni su come differenziare correttamente i rifiuti, fino alle informazioni sul ritiro dei rifiuti ingombranti e sui calendari di raccolta.
Un lavoro su contenuti e struttura che rende il sito uno strumento chiaro, accessibile e orientato alle esigenze quotidiane dei cittadini.
Nel 2025 Cultur-e, insieme a PwC Italia e CodeLand, ha curato il restyling del sito web di Amiat, società del Gruppo Iren attiva nella gestione dei servizi ambientali per la città di Torino. L’obiettivo del progetto era rinnovare la presenza digitale dell’azienda attraverso un web design moderno e responsive, una navigazione chiara e intuitiva e una struttura dei contenuti pensata per ottimizzare l’esperienza dell’utente e facilitare l’accesso alle informazioni più rilevanti.
Il nuovo sito web è stato progettato per diventare un punto di riferimento informativo per cittadini, istituzioni e media, valorizzando il ruolo di Amiat come presidio essenziale per i servizi di igiene urbana e gestione dei rifiuti sul territorio.
Contesto
Amiat da oltre cinquant’anni gestisce ed eroga in modo integrato i servizi di igiene del suolo, raccolta e smaltimento dei rifiuti nella città di Torino.
In un contesto in cui la comunicazione digitale assume un ruolo sempre più centrale nel rapporto con i cittadini, l’azienda ha scelto di rinnovare il proprio sito web per rendere più semplice, immediato e trasparente l’accesso ai servizi ambientali.
Il progetto di restyling nasce dall’esigenza di superare una struttura informativa complessa e frammentata, ripensando l’architettura del sito per mettere i servizi al centro della navigazione e garantire una maggiore coerenza visiva con l’identità di Amiat e del Gruppo Iren.
Attività
- Brand Strategy
- Content Strategy
- SXO/SEO Strategy
Un web design moderno e una navigazione orientata ai servizi
Il nuovo sito di Amiat si distingue per un design rinnovato e progettato per offrire un’esperienza di navigazione fluida. L’approccio responsive consente una consultazione efficace anche da mobile, rispondendo alle abitudini di fruizione degli utenti.
Il progetto ha previsto una riprogettazione dell’architettura dell’informazione e un’ottimizzazione di UX/UI, con menu principali e di servizio riorganizzati in categorie chiare e intuitive. La riduzione della profondità di navigazione e la razionalizzazione dei contenuti hanno permesso di guidare l’utente in modo semplice e immediato verso le informazioni di maggiore interesse.
Un’identità digitale coerente e orientata al servizio
Grazie al lavoro integrato di Brand Strategy, Content Strategy e SEO/SXO Strategy, il nuovo sito rafforza l’identità digitale di Amiat e consolida il suo ruolo di servizio pubblico vicino ai cittadini.
La nuova piattaforma migliora la visibilità online dell’azienda e favorisce un dialogo più diretto e trasparente con il territorio, offrendo un’esperienza digitale coerente, ordinata e orientata alla qualità del servizio.
News

È uscito il magazine ufficiale di Bridging Dialogues 2025, l’edizione che ha portato al centro della riflessione lo shifting in atto nelle culture organizzative, interrogando le abitudini che modellano il modo di stare insieme nelle organizzazioni.
Dedicato al tema “Beyond Organizational Habits”, il magazine raccoglie e approfondisce i contenuti della quinta edizione dell’evento, che si è svolto il 3 luglio scorso presso Talent Garden Calabiana a Milano. Un progetto editoriale che restituisce punti di vista, keynote, workshop e momenti di confronto, dando forma a un pensiero plurale sul cambiamento organizzativo come processo umano, relazionale e culturale.
Per l’edizione 2025 di Bridging Dialogues, Cultur-e ha curato la visual identity dell’evento e l’impaginazione della sua rivista ufficiale, traducendo la complessità dei contenuti in una veste grafica coerente, elegante e di forte impatto visivo.

Un lavoro di progettazione editoriale pensato per sostenere lo sforzo concettuale della rivista (i contenuti del magazine sono curati e scritti da Peoplerise, ndr), valorizzando la pluralità degli sguardi, la ricchezza degli approfondimenti e la dimensione esperienziale dell’evento, restituita anche attraverso un iconico apparato fotografico.
Il progetto grafico ha lavorato per rendere leggibile e attraversabile un pensiero denso, stratificato in cui forma e contenuto dialogano in modo continuo.
Il risultato è un oggetto editoriale che non si limita a documentare l’evento, ma ne prolunga il senso: uno spazio di riflessione che invita a interrogare le abitudini organizzative e a immaginare nuovi modi di lavorare e vivere insieme.Bridging Dialogues 2025 è un progetto di Arsenalia e Peoplerise, realizzato in collaborazione con Cultur-e, eFM e Talent Garden. Un ecosistema di realtà che condividono una visione comune: creare spazi di confronto in cui ricerca, organizzazioni e persone possano dialogare per immaginare nuovi futuri.
Cultur-e e Loft Canova inaugurano Spazi Sensibili, il ciclo di incontri, in programma nel 2026, dedicato al rapporto tra space design e comunicazione.
Un percorso di riflessione che attraversa tre ambiti chiave – ambienti di lavoro, luoghi della cultura e spazio pubblico – per indagare come i luoghi prendono forma non solo attraverso il progetto, ma attraverso i significati e le esperienze che sono in grado di attivare.
Ogni spazio è prima di tutto un linguaggio. Un sistema di segni, relazioni e pratiche che costruisce identità, orienta i comportamenti e genera appartenenza nelle persone. In questo quadro, la progettazione e la comunicazione non sono attività separate, ma parti di un processo integrato che dà senso all’esperienza dei luoghi.
Il ciclo si articola in tre appuntamenti tematici.
#1 appuntamento | giovedì 9 aprile 2026
ABITARE IL BRAND
#interiordesign #wellbeing #senseofbelonging #advocacy
Negli ambienti di lavoro, la progettazione dello spazio è la prima attività che richiede non solo alle aziende, ma anche agli enti e alle istituzioni, di raccontarsi. Oggi più che mai, questa attività consiste nel wellbeing design, un metodo che ambisce a concepire gli spazi di lavoro come luoghi capaci di bilanciare funzione e benessere, operatività ed equilibrio personale. Arredi, colori, ergonomia, comfort e organizzazione degli spazi concorrono a creare ambienti in cui la performance non è disgiunta dalla qualità dell’esperienza quotidiana. È il segno di una filosofia evoluta, che supera la sola logica funzionale e produttiva per mettere al centro le persone.
Accanto alla progettazione fisica, il racconto del brand dà voce a ciò che lo spazio già esprime: definisce il suo posizionamento, i valori, i messaggi chiave e le modalità con cui prendono forma, traducendo la cultura organizzativa in un’esperienza reale, tangibile. Insieme, space design e comunicazione agiscono sui processi di appartenenza: costruiscono un linguaggio condiviso che orienta i comportamenti, rafforza l’identità e genera riconoscimento. Nel tempo, questo linguaggio si trasforma in employee advocacy: le persone non solo si identificano nel brand, ma lo rappresentano, lo interpretano e lo diffondono.
Abitare il brand significa trasformare lo spazio di lavoro da semplice contenitore a organismo vivo, capace di accogliere, motivare, mettere in relazione persone e cultura aziendale.
#2 appuntamento | giovedì 11 giugno 2026
DISEGNARE L’ESPERIENZA
#culturalexperience #audienceengagement #phygital
In ambito culturale, la comunicazione è parte integrante del progetto dello spazio. Musei, teatri, biblioteche e università nascono come ecosistemi narrativi: lo space design definisce fin dall’origine la vocazione del luogo, la sua funzione simbolica, il modo in cui le persone saranno invitate a viverlo. Le strategie di branding, invece, operano come dispositivi interpretativi: chiariscono la missione dell’istituzione, gli danno voce, rendono comprensibile il suo posizionamento. Ogni elemento – architettonico, visivo o testuale – partecipa alla costruzione di un racconto sul sapere, sull’esperienza e sulla memoria condivisa. La comunicazione diventa il ponte tra l’intenzionalità del luogo e la pluralità dei pubblici che lo attraversano, fisicamente e digitalmente. Nei contesti culturali contemporanei, infatti, l’esperienza non è più solo fisica e dipendente dalla qualità dell’allestimento: è phygital, estesa, continua, e richiede linguaggi capaci di tenere insieme la presenza e l’interazione digitale. In questo quadro, lo space design e la comunicazione non si limitano a trasmettere contenuti ma attivano relazioni, generando forme di audience engagement che trasformano il visitatore in parte attiva del racconto e del senso del luogo.
Space design e comunicazione – sinergicamente – diventano l’architettura dell’esperienza dello spazio culturale: ciò che permette ai luoghi di essere vivi, leggibili e, soprattutto, condivisi.
#3 appuntamento | giovedì 8 ottobre 2026
TRASFORMARE LA PÒLIS
#urbandesign #servicedesign #placeactivation #digitaladoption
Space design e comunicazione procedono oggi come due dimensioni inseparabili di una nuova idea di progettazione contemporanea.
Nella città, e in particolare negli spazi pubblici, progettare significa tenere insieme le funzioni, il contesto e le persone: leggere il luogo, rispettarne l’identità, rispondere ai bisogni di chi lo vive ogni giorno. L’architettura organizza lo spazio, ma sono i comportamenti reali a determinarne il successo. Ogni servizio, tecnologia o politica pubblica funziona davvero solo quando viene adottata dalle persone. È qui che comunicazione e coinvolgimento diventano decisivi, traducono la complessità urbana in gesti quotidiani, rendono comprensibili e usabili i nuovi strumenti, accompagnano i cittadini nel cambiamento.
Nella costruzione dello spazio pubblico, adoption significa aiutare le persone a cambiare abitudini, interpretare nuove funzionalità, sperimentare nuovi modi di muoversi, informarsi, partecipare. Ma comunicare la città che si trasforma non vuol dire solo raccontarla agli utenti finali. Occorre coinvolgere i cittadini in una visione più ampia con chi oggi progetta e chi domani avrà il compito di farlo: architetti, tecnici, committenze, studenti, future generazioni di progettisti. È un processo culturale prima che operativo, e richiede linguaggi capaci di leggere le accelerazioni del contemporaneo, i nuovi bisogni, l’impatto della tecnologia e il mutare delle funzioni urbane.
Trasformare la pòlis significa facilitare la transizione costruendo contesti chiari, accessibili, riconoscibili, in cui ogni innovazione possa essere compresa, adottata e diventare parte della vita quotidiana.
INFO
Quando: 9 aprile / 11 giugno / 8 ottobre 2026 – ore 18
Dove: Via delle Colonnette, 26/A – Roma
Con aperitivo di networking
Ingresso libero
Il 14 novembre Cultur-e sarà alla RO.ME Museum Exhibition per affrontare una delle questioni più urgenti per il futuro del patrimonio culturale: l’intelligenza artificiale proprietaria e la sovranità digitale.
L’accelerazione nello sviluppo dell’intelligenza artificiale sta imponendo alle organizzazioni che operano nel settore dei beni culturali un doppio cambio di paradigma: nel governo tecnologico del patrimonio e nella sua promozione nell’ecosistema digitale.
Non si tratta più solo di digitalizzare, ma di trasformare i contenuti proprietari in knowledge base strutturata, mantenendo il controllo su qualità e sicurezza del proprio patrimonio. Le organizzazioni culturali si trovano oggi a dover scegliere tra soluzioni di AI pubblica o AI privata, con implicazioni profonde: cosa si rischia nel condividere i propri contenuti sulle infrastrutture di terzi? Quanto costa implementare internamente un’infrastruttura AI proprietaria? Chi la gestisce?
I nodi da sciogliere riguardano organizzazione, manutenzione, condivisione e sicurezza del patrimonio di contenuti.
Il secondo cambio di paradigma riguarda la promozione del patrimonio culturale. Nel nuovo ecosistema digitale creato dai motori di risposta basati sull’IA, non è più sufficiente la promozione tradizionale.
Il patrimonio culturale va strutturato secondo una logica curatoriale semantica che risponde ai bisogni e agli intenti di ricerca degli utenti. La fruizione deve poter iniziare nell’ecosistema digitale ben prima della visita fisica, entrando nelle risposte che i motori generativi offrono, nelle sintesi AI e nei percorsi multimodali degli utenti.
Di questi temi discuteremo venerdì 14 novembre alla RO.ME Museum Exhibition, il principale evento italiano dedicato al settore museale e dei beni culturali.
Speaker:
- Simona Battistella, CEO & Founder Cultur-e
- Pietro Lanza, Direttore Generale e Consigliere delegato di SB Italia
- Antonio Pavolini, Business Analyst – Media Industry
Dove: Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia, Roma
Quando: 14 novembre 2025, ore 11.15-12.15
Ingresso gratuito con registrazione su romemuseumexhibition.com