Aprile 2026

Abitare il brand: quando lo spazio di lavoro genera identità

Lo spazio di lavoro non può più essere solo funzionale. Deve essere identitario, generativo, capace di creare senso di appartenenza e relazioni profonde con il territorio.

È il messaggio emerso da “Abitare il brand“, il primo appuntamento di Spazi Sensibili, il progetto co-ideato da Cultur-e e Loft Canova dedicato all’evoluzione della progettazione degli spazi del lavoro, della cultura e della città. Il dibattito ha affrontato il tema del tramonto dell’azienda novecentesca — quella che si fonda sulla separazione fra il “dentro” e il “fuori” — e la necessità di abbracciare un nuovo paradigma: il design multidimensionale che considera le organizzazioni come ecosistemi aperti.

 

 

Oltre il welfare: ripensare l’organizzazione come organismo vivente

L’esplorazione è partita dai nuovi bisogni post-pandemici. Antonio di Stefano (Peoplerise) ha posto una domanda scomoda: il benessere dei lavoratori può ancora fondarsi su logiche individuali e opportunistiche? La risposta è no. In uno scenario sistemico segnato da una forte domanda di senso, l’organizzazione non può più essere considerata come un meccanismo che punta all’efficienza, ma deve essere pensata come un organismo vivente in continua evoluzione. Le imprese, come anche le istituzioni, hanno bisogno più di riti che di mezzi tecnici per essere vitali e generare interdipendenza e affinità tra le persone. E sono chiamate a esprimere una ragion d’essere e un’idea di futuro che devono guidare la realizzazione di spazi di lavoro capaci di generare ecosistemi.

 

La progettazione multidimensionale: l’ethos del brand diventa relazione

Portando il discorso sul design multidimensionale, Simona Battistella (Cultur-e) ha affermato la necessità di un cambio di paradigma nella progettazione degli spazi di lavoro. È necessario integrare fin dal principio la progettazione della dimensione fisica e virtuale (phygital design), con il disegno delle relazioni e le strategie di coinvolgimento della comunità sia interna che esterna (social & engagement design). Il risultato? La progettazione dello spazio di lavoro deve superare la concezione di “manifesto tridimensionale” che celebra l’identità del brand, e puntare alla creazione di ecosistemi di relazioni che si nutrono degli scambi fra “interno” ed “esterno”. Un esempio ne sono le tradizionali academy aziendali che evolvono in hub economico-culturali aperti alla comunità, o i musei aziendali che escono dai confini dell’organizzazione e diventano presidi culturali diffusi nel territorio.

 

Lo spazio di lavoro come borgo collaborativo: il caso Thesisquare

A partire dall’esperienza di Nemesi Architects, Susanna Tradati ha evidenziato il valore di una progettazione che supera la dimensione puramente funzionale per aprirsi al coinvolgimento del territorio locale. L’innovativo Campus realizzato per la Fondazione DIG421 di Thesisquare esemplifica come sia possibile realizzare un ecosistema capace di connettere business, servizi e spazi pubblici in dialogo con la comunità. Non più uffici verticali chiusi, ma un “borgo collaborativo” orizzontale, fortemente radicato nella cultura del territorio. La testimonianza in diretta di Marcella Brizio, Vicepresidente della Fondazione DIG421, ha poi chiarito come una committenza illuminata possa orientare lo spazio verso nuove forme di urbanità, dove il futuro del lavoro si ibrida con conoscenza e collettività.

 

La relazione fra impresa, spazio e comunità: una sfida collettiva

La discussione si è conclusa con una riflessione critica di Alfonso Femia (Atelier(s) Alfonso Femia) sul ruolo dell’architettura intesa come hardware che non può funzionare senza il suo software, ovvero l’attivazione dei processi identitari e culturali. E ha introdotto una differenza che fa riflettere: mentre chi lavora per un’azienda rischia di ripiegare nel verticismo, chi lavora per un’impresa si sente parte di una sfida collettiva orientata al futuro, mossa da desiderio e coraggio. Il progetto degli spazi di lavoro deve quindi nascere da una sfida che non può essere lasciata alla sola consapevolezza di una committenza illuminata, o essere piegata a logiche di budget prive di qualsiasi visione, ma deve evolvere in un nuovo metodo multidisciplinare che agisce fin dal principio con l’obiettivo di mettere nuovamente in relazione impresa, spazio e comunità. 

Il dibattito sollevato da “Abitare il brand” restituisce una visione chiara: il futuro dei luoghi di lavoro risiede nella loro capacità di contribuire a creare ecosistemi aperti e partecipati. Solo quando lo spazio smette di essere un semplice contenitore e diventa una leva di crescita identitaria, allora è in grado di alimentare la vitalità dell’organizzazione e di generare un impatto sociale e un valore collettivo duraturi.